Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto, non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della L.62 del 7/03/2001.

mercoledì 26 ottobre 2011

PRIVATIZZAZIONE CROCE ROSSA, E' LA RESA DEI CONTI?

Nel silenzio più totale pare che la Presidenza dei Ministri si stia apprestando ad approvare, in tutta fretta, una bozza di decreto sulla privatizzazione della Croce rossa. Forse se ne discuterà già mercoledì. Da tempo la Croce Rossa Italiana è oggetto di grande interesse da parte della politica: è stato con il commissario Maurizio Scelli che l'ente ha assunto un ruolo rilevante in politica estera, per esempio, con l'ambigua gestione della missione Antica Babilonia in Iraq. L'ex commissario, oggi deputato del Pdl, fu una specie di "uomo del fare" antesignano di Bertolaso. E fu con la Croce rossa che si tentarono le prime operazioni che poi avrebbero condotto all'idea della privatizzazione della Protezione civile. Fallito quell'obiettivo, con il pretesto della crisi e della necessità di tagliare la spesa pubblica, si tenta, di nuovo, l'assalto finale al carrozzone della CRI.
La bozza del decreto legislativo (che vi proponiamo in esclusiva) intende trasformare la CRI, un bene dei cittadini, un bene comune, come l’acqua, in un’associazione privata.
Anche nella metodologia sembra di tornare ai tempi di Protezione Civile Spa, e del celeberrimo d.l. 195 / 2009, mai approvato anche in seguito allo scandalo che aveva travolto il Dipartimento e Guido Bertolaso. Anche oggi assistiamo a un decreto che avanza silenziosamente, con i media distratti e impegnati in altre vicende; anche oggi, proprio come allora, i sindacati provano a dare l’allarme. Anche oggi restano inascoltati.
E’ il secondo assalto in pochi mesi. Dopo che l’ipotesi di privatizzazione era stata paventata in Finanziaria, i sindacati avevano minacciato una mobilitazione. Il Ministro della Sanità Ferruccio Fazio li aveva rassicurati: «il problema della privatizzazione della Croce Rossa va in ogni caso affrontato, perché tutte quelle internazionali sono privatizzate [...] va affrontato con la dovuta calma e verosimilmente in modo graduale». Sulla stessa linea si era espresso il Commissario della CRI Francesco Rocca. Voci di dissenso si erano levate un po’ ovunque e così la privatizzazione dell’ente era saltata dalla Finanziaria. Antonio Crispi, segretario della CGIL, aveva dichiarato: «Per quel che ci risulta, l'operazione è stata al momento rinviata. Ma noi siamo sempre all'erta». I fatti dimostrano come non vi sia alcun intento di gradualità e che si voglia procedere rapidamente.
Prima di illustrare la bozza è necessario specificare com’è strutturata la CRI: il comitato centrale ed i comitati regionali non producono alcun reddito ma hanno il compito di amministrare, coordinare e controllare l'operato dei comitati provinciali e locali che svolgono la funzione operativa sul territorio. Come li riorganizzerebbe, il decreto così com’è?

Pubblico e privato
La Croce Rossa Italiana verrebbe in sostanza divisa in due parti: l’ente pubblico, costituito dal Comitato centrale e da quelli regionali e l’ente privato, costituito dai comitati locali e provinciali.
«I Comitati locali e provinciali - recita il comma 3 dell’articolo 1 - subentrano nei rapporti attivi e passivi relativi alle convenzioni stipulate dalla CRI, comprese quelle con enti locali e organi del Servizio sanitario».
Il comma 2 dell’articolo 2 dice che «la CRI può avvalersi dei Comitati locali e provinciali affiliati per lo svolgimento dei compiti [...] attraverso apposite convenzioni e con oneri a carico del Comitato centrale o dei Comitati regionali nell’ambito delle disponibilità di bilancio».
Il che fa ipotizzare che la parte pubblica della CRI si possa trasformare in un gigantesco general contractor in grado di ottenere più facilmente di altri, numerosi appalti, anche all’estero.
Questo significa forse che CRI pubblica pagherà CRI privata per svolgere i vari compiti esercitati normalmente dall’ente? Ma se la CRI è un ente pubblico, non è necessario fare un bando per assegnare i lavori?
Inoltre, il terzo comma, dice che la CRI manterrà, fino al 30 giungo 2012, l’esecuzioni delle convenzioni già stipulate. Dunque, anche se i comitati locali e provinciali diventano enti privati manterranno le convenzioni stipulate  dalla CRI pubblica.
I comitati che vengono “privatizzati” possono entrare nelle liste degli aventi diritto al 5x1000. Ricordiamo che, a marzo di quest’anno, la CRI era stata estromessa da quegli elenchi in quanto ente pubblico.
Il comma 5 dello stesso articolo dice che «i Comitati locali e provinciali (una volta diventati privati n.d.r.) non possono usufruire di finanziamenti statali finalizzati al loro funzionamento». Detta così, sembra quindi che i comitati locali e provinciali diventati entità private, non prenderanno più soldi pubblici. Ma sarà davvero così?

Il patrimonio immobiliare
Il patrimonio immobiliare della Croce rossa è un altro punto oscuro della gestione dell’ente: almeno un migliaio di proprietà, perlopiù grazie a donazioni. E la bozza si occupa anche di questo. Prevede la necessità di un inventario entro sei mesi dall’approvazione del Dl. Il che è un’ammissione implicita dell’assenza di una catalogazione.
Inoltre, il comma 1 dell’articolo 5 dice che «il patrimonio immobiliare della CRI è destinato all’espletamento dei compiti istituzionali e di interesse pubblico, anche mediante l’utilizzazione in comodato d’uso gratuito da parte dei Comitati locali e provinciali affiliati».
Dunque la CRI pubblica cede, gratuitamente in comodato d’uso, alla CRI privata gli immobili di patrimonio pubblico? E nel caso di un bando pubblico, come si garantisce la competitività fra CRI e croci private? Gli enti  che, non disponendo del comodato d’uso gratuito delle sedi, sono soggetti a costi di gestione più alti e quindi non possono offrire i propri servizi allo stesso prezzo della CRI, come fanno a vedersi garantito il diritto a competere?
Il comma 2, sempre dell’articolo 5 sul patrimonio immobiliare, invece «elabora un piano di valorizzazione degli immobili per recuperare le risorse economiche e finanziarie per il ripiano di eventuali debiti accumulati». E per perseguire questo scopo individua alcuni criteri: «dismettere, nel limite dell’eventuale debito esistente anche a carico dei bilanci di singoli comitati, gli immobili pervenuti alla CRI non attraverso negozi giuridici modali”. Inoltre si valuta la convenienza alla «rinuncia a donazioni modali di immobili non più proficuamente utilizzabili» a «ricavare reddito tramite negozi giuridici di godimento (affitto n.d.r.)» e a «restituire alle amministrazioni titolari i beni demaniali o patrimoniali indisponibili in godimento».
In parole povere, per fare cassa, la CRI si deve liberare degli immobili che non le servono. La domanda che sorge allora è: in che modo verranno venduti questi immobili? E chi li ha donati alla Croce rossa perché li utilizzasse per i suoi scopi associativi non verrà forse tradito?

Il commissariamento infinito
La Croce rossa ha avuto più commissari che presidenti. L’ultimo e attuale, Francesco Rocca, uomo vicino a Gianni Letta e famiglia, era stato nominato il 30 ottobre 2008 per ricostituire gli ordini statutari e risanare il bilancio. All’articolo 7 della bozza, sulle norme transitorie e finali, si legge che la nomina del commissario straordinario Francesco Rocca verrà prorogata fino al 31 dicembre 2012: il quarto anno di commissariamento consecutivo con lo stesso commissario. Anche se Rocca evidentemente non ha sistemato i conti dell’ente, visto che occorre procedere a una privatizzazione con dismissioni degli immobili per provvedere risanare gli “eventuali debiti accumulati”.

I sindacati: tutti uniti contro la privatizzazione
E’ significativo notare come tutte le sigle sindacali si siano nuovamente riunite per un’opposizione unitaria a questo decreto ancora senza numero. E la cosa è decisamente in contrasto con quel «sentite le più importanti rappresentanze sindacali» che fa parte delle premesse del decreto e che rappresenta il classico esempio di politichese burocratico che non ha alcun riscontro nella realtà dei fatti.
Nel comunicato che hanno diramato CIGL-FP, CISL-FP, UIL-PA, SINADI CRI, FIALP-CISAL, USB e UGL Intesa, tanto per cominciare, si fa notare che «l'intero provvedimento è strumentalmente motivato con la riduzione del debito ma non è in grado di disegnare un servizio che garantisca almeno le stesse prestazioni oggi erogate». Ovvero, la privatizzazione per altri fini, mascherata da tagli alla spesa pubblica.
I sindacati proseguono: «Abbiamo sempre attaccato gli sprechi ovunque si annidassero ma una cosa è un progetto di riforma, un piano di rientro dal debito, una accurata gestione del patrimonio immobiliare che certamente non può essere una svendita, altra cosa è ridurre i compiti di assistenza e urgenza svolti in tutta Italia con la professionalità riconosciuta ai dipendenti della Croce Rossa ad una mera operazione contabile».
E indicono una manifestazione a Palazzo Chigi per il 26 ottobre. Proprio il giorno in cui, in teoria, si dovrebbe discutere la bozza di decreto.

Debora Aru
Alberto Puliafito
da Articolo 21

venerdì 4 marzo 2011

Il Consiglio di Stato blinda Tuvixeddu ma L'Unione Sarda fa la gnorri

La notizia: giovedì il Consiglio di Stato ha pubblicato la sentenza con la quale accoglie integralmente il ricorso presentato dalla Regione Sardegna, guidata all'epoca da Renato Soru, contro la decisione del TAR.
Quindi allo stato attuale all'interno dell'area delineata a suo tempo dall'amministrazione Soru non potrà essere poggiato neppure un mattone, a meno che non vi sarà un'intesa fra Comune di Cagliari e Regione Sardegna.

I fatti: tre anni fa, la Nuova Iniziative Coimpresa del gruppo Cualbu e il Comune di Cagliari si erano rivolti al Tribunale Amministrativo Regionale affinché annullasse il divieto di costruire sulla Necropoli di Tuvixeddu e Tuvumannu, imposto dalla giunta Soru attraverso l'attuazione del piano paesaggistico. Richiesta successivamente accettata dal TAR.

Ciò che però salta agli occhi è l'atteggiamento che i media isolani hanno nei confronti della notizia. Se La Nuova Sardegna ha dedicato alla sentenza del Consiglio di Stato un'intera apertura a pagina 7 con un richiamo anche in prima, l'Unione Sarda ha preferito mantenere un profilo più basso.
E quando si dice basso si intende proprio basso, così tanto da relegare la notizia ad un articoletto di spalla a pagina, udite udite, 27, cioè nella cronaca di Caglari. E non era nemmeno in apertura che invece era dedicata a Gratta e vince 100 milioni con un biglietto "Miliardario".



Un pezzo che, inoltre, non spiega esatamente perché il Consiglio di Stato ha accettato il ricorso, bensì fa notare come il blocco dovuto alle indicazioni del Piano Paesaggistico della giunta Soru "aveva di fatto bloccata la realizzazione della strada che avrebbe dovuto collegare via Cadello con via San Paolo. Un asse fondamentale per la viabilità e lo sviluppo cittadino, progettato per unire due punti importanti del capoluogo".
Beh certo, una strada val bene la storia e le redici archeologiche della Sardegna e i palazzinari possono sempre sperare in un biglietto "miliardario" per recuperare i soldi non guadagnati.

bed
OkNotizie

domenica 4 luglio 2010

Replica alla lettera aperta ai colleghi giornalisti

LA MIA REPLICA, NON SOLO A TUTELA DELLA MIA PERSONALE PROFESSIONALITÀ, MA ANCHE DELLA TESTATA CHE GIOVEDÌ ERO CHIAMATA A RAPPRESENTARE. RISPOSTA ALLA LETTERA DI DEBORA ARU

di Manuela Lasagna, Marco Dedola*

Credo che porsi domande su come i giornalisti hanno “trattato” la notizia – e sottolineo “la notizia” – della presenza di Patrizia D’Addario alla manifestazione di Piazza Navona, come fa nella sua lettera aperta Debora Aru, sia non soltanto giusto, ma anche utile per la professione. E a ben vedere la “notizia” è forse proprio la brutalità con cui la D’Addario è stata trattata da quelli che si definiscono i paladini della libertà di stampa. Dimentichi persino del fatto che è stata proprio la sua testimonianza e oserei dire il suo coraggio a consentire di scoperchiare un sistema.
Anch’io sono rimasta sconcertata da quello che ho visto in piazza, e non dal fatto che i colleghi si affollassero intorno alla D’Addario (una notizia è pur sempre una notizia) ma dalla reazione di chi, essendo in piazza a manifestare per la libertà di pensiero, di intercettazione e di stampa, ha pensato che la D’Addario fosse venuta lì a rubargli la scena e proprio come quelle comari del paesino a cui avevano sottratto l’osso ha reagito in modo scomposto e francamente illiberale.
Una brutta pagina davvero, su cui tutti dovremmo riflettere.
Essendo stata però tirata in ballo come esempio-limite di cattivo giornalismo per aver “addirittura tentato di intervistare la brillante biondina in diretta”, con tutto il corollario sulla mancanza di deontologia professionale che da tale scelta deriva, ritengo di dover replicare non solo a tutela della mia personale professionalità, ma anche della testata che giovedì in piazza ero chiamata a rappresentare.
Premesso che la sig.ra D’Addario era presente alla manifestazione non di sua iniziativa, ma su invito del Popolo Viola, ovvero di una delle sigle che hanno organizzato la manifestazione e che la sua vicenda ha ispirato proprio una delle norme più discusse del disegno di legge Alfano (e dunque era perfettamente titolata a esprimere la sua opinione), ho trovato di una gravità inaudita che alcuni colleghi (oltretutto con indosso la maglietta di Articolo21) si siano messi a gridare “vergognatevi” all’indirizzo della sottoscritta, per il solo fatto che stavo per intervistare la D’Addario.
A causa della violenza della “protesta” dei colleghi che in perfetto stile talebano si sono avventati anche fisicamente contro la postazione della nostra telecamera, in quel momento impegnata nella diretta, la signora D’Addario è stata costretta ad allontanarsi, facendo saltare il previsto collegamento.
Alla mia veemente protesta (“questa è censura. Voi mi avete impedito di fare il mio lavoro”), uno dei suddetti colleghi mi ha persino minacciato di sputtanarmi pubblicamente – chiedo scusa per il francesismo - davanti a tutta la categoria.
Se la giovane collega ritiene che questo sia un modo legittimo di contestare il lavoro di un altro collega, per giunta a una manifestazione sulla libertà di stampa, beh, non c’è da stupirsi se la democrazia in questo Paese vacilla.

Personalmente diffido di quanti, puristi per convinzione o per convenienza, si ergono a guardiani della rivoluzione, mentre chiudono volentieri un occhio e talvolta anche due sulle tante D’Addario che si nascondono fra le fila della nostra onorata categoria.

Per quanto mi riguarda vorrei essere giudicata per quello che faccio e che ho fatto e non per quello che qualcuno presume che io stessi facendo e non ho fatto.

Certo è davvero curioso che l’unica giornalista ad essere attaccata sia io di Rainews, l’unica testata peraltro che ha dato l’intera manifestazione in diretta. Non l’hanno fatto né Sky né la FNSI. Una diretta arricchita anche dal contributo di almeno una decina di interviste realizzate direttamente dalla piazza, anche a costo di non sentire la mia stessa voce pur di dare il senso della manifestazione dal “di dentro” e non dal lontanissimo trabattello messo a disposizione dalla Rai. Scusate se è poco.
Ma questo agli amici di Articolo21 forse non interessa.

*Manuela Lasagna, inviato
Marco Dedola, capo servizio Interni di Rainews

venerdì 2 luglio 2010

Lettera aperta ai colleghi giornalisti

Cari colleghi giornalisti,

chi vi scrive è una sconosciuta pubblicista che come la maggior parte di noi (professionisti compresi) si sbatte ogni giorno per poter lavorare.
Alla manifestazione contro la legge bavaglio, ho assistito a qualcosa di sconcertante e ho deciso di scrivervi una lettera aperta per rivolgervi un appello.
Quando ieri è arrivata Patrizia D’Addario in piazza Navona la calca di colleghi, operatori e fotografi attorno alla sua persona mi ha lasciato di stucco: tutti concentrati sulla escort bionda che aveva in mano il suo libro. Ora io mi chiedo, e vi chiedo, la sua presenza è una notizia? Lei è una notizia? Chi è la D’Addario? In virtù di quale competenza la D’Addario merita di apparire nei TG che parlano del DDL intercettazioni, quanto o più Ilaria Cucchi o Patrizia Aldrovandi?
C’è stata addirittura Rai news 24 che ha tentato di intervistare la brillante biondina in diretta davanti al palco del No Bavaglio Day. Alcuni giornalisti di Articolo21 hanno gridato «colleghi vergognatevi», perché si intendeva intervistare una persona famosa per aver svelato dei segreti sulla vita sessuale del Presidente del Consiglio. L’intento, secondo l’intervistatrice Rai, era di fare domande sulla cosiddetta legge D’Addario ma, come ha detto la giornalista: «voi mi avete censurato», in quanto qualcuno ha pensato bene di portarsi via la D’Addario senza che potesse rilasciare alcuna dichiarazione.
Per censura si intende il controllo dalla libertà da parte di un’autorità. Cosa c’è di censurante nel contestare l’operato di un collega?
Colleghi, io vi chiedo, questo è giornalismo? La prima cosa che mi è stata insegnata quando ho iniziato a imparare a fare questo mestiere è che il giornalista sceglie fra i fatti quello che è notizia per l’interesse della collettività. Noi siamo professionisti perché abbiamo una preparazione, una deontologia e un’etica che ci distingue da chi si autodefinisce operatore dell’informazione senza alcuna competenza.
Non basta solo alzare la voce contro chi ci vuole cani da compagnia della Politica. Non basta scendere in piazza a reclamare i nostri diritti. Per essere credibili e affidabili e avere il rispetto per la nostra professione dobbiamo fare bene il nostro lavoro e non sottostare alle regole di mercato che vogliono “vendibile” una Patrizia D’Addario.
In questo momento così buio per il nostro Paese dobbiamo essere noi i primi a ridare la dignità al lavoro del giornalista con una profonda e onesta autocritica. Dobbiamo riguadagnarci la fiducia dei cittadini.
Chiedo a tutti voi colleghi, soprattutto a quelli con una posizione più importante della mia, di essere compatti e solidali e di non piegare mai la schiena. Di non considerare una notizia bucata la mancata intervista a un personaggio come la D’Addario e di essere anche l’unica voce fuori dal coro, se è necessario a dimostrare che siamo una categoria seria. Vi chiedo di ridare onorabilità all’informazione che è l’unica arma a nostra disposizione per difendere la libertà.

Debora Aru

Articolo21
OkNotizie

sabato 12 giugno 2010

Via Corradino Mineo da Rai News24?




Circola la notizia che Corradino Mineo, direttore di Rai news 24, giovedì prossimo perderà il suo posto. Lo annunciano dalle pagine di Articolo 21 il portavoce Giulietti e il senatore PD Vincenzo Vita. E sembra anche che a sostituirlo sarà un giornalista esterno alla Rai e gradito alla Lega. In questo modo ci sarà, spiega Giulietti "il controllo da parte della maggioranza di 10 testate su 11, uno sconcio senza precedenti nella storia del servizio pubblico". Se è vero, vien da sé domandarsi le ragioni della rimozione di un direttore che "ha ben meritato e che con la sua redazione sta tentando di qualificare una testata abbandonata dai vertici aziendali". Inoltre, si chiede Giulietti: "come si può pensare a nuove assunzioni dall’esterno mentre si invocano sacrifici e tagli ai compensi e al personale"?

Sono solo voci che circolano, ma molto, molto, insistenti. Sarà vero? Attendiamo smentite.

bed

venerdì 11 giugno 2010

Petizione per chiedere a Napolitano di non firmare il DDL intercettazioni

Da un'idea di Gisa e Trarco. Sottoscrivo (anche se dubito servirà a molto) e rilancio.

FIRMATE ANCHE VOI




Presidente Napolitano,
in qualità di cittadini che credono ancora nella Giustizia di questo Paese, chiediamo accoratamente a Lei, che è il garante del bene dei Cittadini e della Costituzione, di non firmare la legge sulle intercettazioni.
Una legge ingiusta, criminogena, liberticida. E dunque incostituzionale e lesiva dei diritti dei cittadini.
Una legge che, pur non essendo una priorità per il nostro Paese, devastato dalla crisi economica e da problemi ben più urgenti, è stata approvata dal Parlamento in tempi inspiegabilmente rapidi.
Una legge che impone un inaccettabile bavaglio alla stampa e un impietoso guinzaglio alla magistratura e alle forze dell'ordine nella loro quotidiana lotta alla criminalità.
Una legge che compromette terribilmente un sacrosanto diritto dei cittadini: quello di informazione, di manifestazione del pensiero e di critica.
Una legge liberticida che stringe la morsa della censura anche sull'informazione amatoriale e quella dei blog - forum - social network, vitale in uno Stato liberale e democratico.
Una legge-tagliola che riduce drasticamente il numero delle intercettazioni e impedisce che il loro contenuto divenga pubblico anche se gli indagati ne sono venuti a conoscenza.
Una legge inammissibile che rende più difficili le inchieste di mafia e che costringe i pm a non aver più alcun rapporto con la stampa, pena l'estromissione dal processo.
Una legge che, se firmata, avrebbe un effetto irreparabile sulla società civile. Come chiarito dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, la cronaca giudiziaria è essenziale in democrazia per consentire ai cittadini di verificare il corretto funzionamento della macchina della giustizia. Privati delle informazioni necessarie non potrebbero formarsi una opinione equilibrata sulla legittimità delle azioni intraprese dalla magistratura.
Presidente Napolitano, questa legge va fermata perché i cittadini hanno il diritto di sapere e i giornali hanno il dovere di informare.
Le libertà costituzionali non sono disponibili per nessuna maggioranza. In caso contrario, il crimine ordinario e organizzato non avrà più freni e caleranno le tenebre sul nostro Paese già disastrato.

10 Giugno, la giornata della vergogna

Ricevo e giro. Ormai siamo sotto regime. Rendetevene conto.



"Alle 10:35 sono arrivato a Montecitorio, vi erano 4 piccoli gruppi di persone sparsi ai bordi della piazza, mi sono avvicinato e ho chiesto se anche loro erano lì per la giornata della vergogna, nessuna di quelle persone era a montecitorio per quello.



Mi sono seduto sul muretto vicino l'obelisco ho peso una delle maglie bianche che avevo portato è col pennarello viola ho scritto "VERGOGNA!" sul fronte e sul retro, indossata la maglietta ho preso il libro "Se li conosci li eviti" e mi sono posizionato al centro della piazza, immediadamente un pliziotto mi ha chiesto di spostarmi sul bordo che non era consentito occupare il centro della piazza, allora posizionatomi in un punto con lui concordato ho aperto il libro a pag 51, il capitolo su Berlusconi, il tempo di pronunciare le prime sillabe a voce ancora moderata mi sono trovato circondato, mi è stato chiesto di mostrare il permesso, alchè allibito ho risposto: "Serve un permesso per leggere un libro in piazza?" loro: "Si altrimenti te lo leggi a casa tua". Mi hanno chiesto di visionare il libro, un testo che chiunque può comprare facilmente in qualsiasi libreria, infine mi hanno indirizzato alla questura.

Lungo il traggitto mi metto d'accordo con Adriana Mari che ha voluto sostenermi in questa iniziativa e stava sopraggiungendo, ci rechiamo insieme in questura, chiediamo il permesso per leggere ma spiegano che occorrono tre giorni per ottenerlo, con aria arrogante l'addetto risponde alla nostra meraviglia: "e tanto che tenete da fare, ci venite un altro giorno!" Allora io ho lavorato dall'una alle 5 giovedì mattina e alle sei sono partito per trovarmi alle 10:30 in piazza sono tornato da poco e sto per riiniziare a lavorare, io oltre a perdere qualche ora di lavoro quando decido di partecipare a qualche evento sacrifico le mie ore di sonno, ma solo perchè ritengo che siano cose imrtanti la difesa dei nostri diritti, e questo dovrebbe capirlo particolarmente quell'addetto per come sono messe le forze dell'ordine con i tagli alle spese e le leggi a delinquere.

Dopo questa piccola pausa fuori tema riprendiamo il discorso, avevo intenzione di tornare a Montecitori senza leggere ma solamente indossando la maglietta con la scritta. Ma nemmeno quello consente la legge e mi intimano di non farlo per non incorrere in una denuncia.
Io ingnorante in diritto mi sono azzittito e adeguato ai loro dictact, poi ho incontrato persone di cui mi fido che mi hanno assicurato che il semplice leggere un libro (comune) ad alta voce senza ausilio di apparecchi per l'amplificazione del volume è garantito dalla costituzione e il censurarmi è stato un grave atto di incostituzionalità.

Aggiungo anche che verso le 13:00 a piazza obelisco vicino Montecitorio abbiamo assistito ad un blitz ai danni di 3 ragazzini, 1 grandicello e un'altro con la compagnia si e no 20enni. Durante l'arresto un giornalista con videocamera professionale che stava riprendendo la scena è stato fermato per il riconoscimento. Qui il racconto della vicenda. Finito tutto mi sono avvicinato al teleoperatore e mi ha confermato che il video dell'accaduto è rimasto nelle sue mani, e che lui quei tre ragazzi li ha ripresi mentre stavano distribuendo semplicemente dei volantini. L'arresto è avvenuto perchè ritenuti terroristi baschi".

Ivan Pipicelli dal gruppo Facebook "10 giugno giornata della VERGOGNA"

domenica 9 maggio 2010

La retorica di Repubblica salva Bertolaso



E' stato senza dubbio un tripudio autoreferenziale, la conferenza stampa che Guido Bertolaso ha tenuto ieri a Palazzo Chigi. Durante il suo lungo monologo, sono abbondate slide di chiarimenti, belle parole per le massaggiatrici dello Sport Village di Roma, spiegazioni che non facevano una grinza. La notizia, dopo il soliloquio del capo della Protezione Civile, era che sì, è vero, sua moglie ha incassato un assegno da Anemone. Ma solo perché lei è un architetto e la sua parcella, per una consulenza, era di 20 mila euro. Regolarmente certificate e inserite nella dichiarazione dei redditi, si intende. Allora, ti viene da chiedere, perché finora non si è mai saputo nulla dell'esistenza di quell'assegno? E ti aspetti che qualche giornalista presente alla conferenza stampa faccia questa semplice domanda.
Invece, cosa succede?

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Forse se la Repubblica facesse le domande al diretto interessato, invece di strillare dalle sue pagine web, il Nostro, potrebbe fornire delle risposte. E chissà, magari, se si fanno le domande in sede opportuna, potrebbe anche capitare che qualcuno tenti di rispondere e ci si accorga che tanto sincero non è stato... Chi lo sa?
Basta chiedere.

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