mercoledì 26 ottobre 2011
PRIVATIZZAZIONE CROCE ROSSA, E' LA RESA DEI CONTI?
La bozza del decreto legislativo (che vi proponiamo in esclusiva) intende trasformare la CRI, un bene dei cittadini, un bene comune, come l’acqua, in un’associazione privata.
Anche nella metodologia sembra di tornare ai tempi di Protezione Civile Spa, e del celeberrimo d.l. 195 / 2009, mai approvato anche in seguito allo scandalo che aveva travolto il Dipartimento e Guido Bertolaso. Anche oggi assistiamo a un decreto che avanza silenziosamente, con i media distratti e impegnati in altre vicende; anche oggi, proprio come allora, i sindacati provano a dare l’allarme. Anche oggi restano inascoltati.
E’ il secondo assalto in pochi mesi. Dopo che l’ipotesi di privatizzazione era stata paventata in Finanziaria, i sindacati avevano minacciato una mobilitazione. Il Ministro della Sanità Ferruccio Fazio li aveva rassicurati: «il problema della privatizzazione della Croce Rossa va in ogni caso affrontato, perché tutte quelle internazionali sono privatizzate [...] va affrontato con la dovuta calma e verosimilmente in modo graduale». Sulla stessa linea si era espresso il Commissario della CRI Francesco Rocca. Voci di dissenso si erano levate un po’ ovunque e così la privatizzazione dell’ente era saltata dalla Finanziaria. Antonio Crispi, segretario della CGIL, aveva dichiarato: «Per quel che ci risulta, l'operazione è stata al momento rinviata. Ma noi siamo sempre all'erta». I fatti dimostrano come non vi sia alcun intento di gradualità e che si voglia procedere rapidamente.
Prima di illustrare la bozza è necessario specificare com’è strutturata la CRI: il comitato centrale ed i comitati regionali non producono alcun reddito ma hanno il compito di amministrare, coordinare e controllare l'operato dei comitati provinciali e locali che svolgono la funzione operativa sul territorio. Come li riorganizzerebbe, il decreto così com’è?
Pubblico e privato
La Croce Rossa Italiana verrebbe in sostanza divisa in due parti: l’ente pubblico, costituito dal Comitato centrale e da quelli regionali e l’ente privato, costituito dai comitati locali e provinciali.
«I Comitati locali e provinciali - recita il comma 3 dell’articolo 1 - subentrano nei rapporti attivi e passivi relativi alle convenzioni stipulate dalla CRI, comprese quelle con enti locali e organi del Servizio sanitario».
Il comma 2 dell’articolo 2 dice che «la CRI può avvalersi dei Comitati locali e provinciali affiliati per lo svolgimento dei compiti [...] attraverso apposite convenzioni e con oneri a carico del Comitato centrale o dei Comitati regionali nell’ambito delle disponibilità di bilancio».
Il che fa ipotizzare che la parte pubblica della CRI si possa trasformare in un gigantesco general contractor in grado di ottenere più facilmente di altri, numerosi appalti, anche all’estero.
Questo significa forse che CRI pubblica pagherà CRI privata per svolgere i vari compiti esercitati normalmente dall’ente? Ma se la CRI è un ente pubblico, non è necessario fare un bando per assegnare i lavori?
Inoltre, il terzo comma, dice che la CRI manterrà, fino al 30 giungo 2012, l’esecuzioni delle convenzioni già stipulate. Dunque, anche se i comitati locali e provinciali diventano enti privati manterranno le convenzioni stipulate dalla CRI pubblica.
I comitati che vengono “privatizzati” possono entrare nelle liste degli aventi diritto al 5x1000. Ricordiamo che, a marzo di quest’anno, la CRI era stata estromessa da quegli elenchi in quanto ente pubblico.
Il comma 5 dello stesso articolo dice che «i Comitati locali e provinciali (una volta diventati privati n.d.r.) non possono usufruire di finanziamenti statali finalizzati al loro funzionamento». Detta così, sembra quindi che i comitati locali e provinciali diventati entità private, non prenderanno più soldi pubblici. Ma sarà davvero così?
Il patrimonio immobiliare
Il patrimonio immobiliare della Croce rossa è un altro punto oscuro della gestione dell’ente: almeno un migliaio di proprietà, perlopiù grazie a donazioni. E la bozza si occupa anche di questo. Prevede la necessità di un inventario entro sei mesi dall’approvazione del Dl. Il che è un’ammissione implicita dell’assenza di una catalogazione.
Inoltre, il comma 1 dell’articolo 5 dice che «il patrimonio immobiliare della CRI è destinato all’espletamento dei compiti istituzionali e di interesse pubblico, anche mediante l’utilizzazione in comodato d’uso gratuito da parte dei Comitati locali e provinciali affiliati».
Dunque la CRI pubblica cede, gratuitamente in comodato d’uso, alla CRI privata gli immobili di patrimonio pubblico? E nel caso di un bando pubblico, come si garantisce la competitività fra CRI e croci private? Gli enti che, non disponendo del comodato d’uso gratuito delle sedi, sono soggetti a costi di gestione più alti e quindi non possono offrire i propri servizi allo stesso prezzo della CRI, come fanno a vedersi garantito il diritto a competere?
Il comma 2, sempre dell’articolo 5 sul patrimonio immobiliare, invece «elabora un piano di valorizzazione degli immobili per recuperare le risorse economiche e finanziarie per il ripiano di eventuali debiti accumulati». E per perseguire questo scopo individua alcuni criteri: «dismettere, nel limite dell’eventuale debito esistente anche a carico dei bilanci di singoli comitati, gli immobili pervenuti alla CRI non attraverso negozi giuridici modali”. Inoltre si valuta la convenienza alla «rinuncia a donazioni modali di immobili non più proficuamente utilizzabili» a «ricavare reddito tramite negozi giuridici di godimento (affitto n.d.r.)» e a «restituire alle amministrazioni titolari i beni demaniali o patrimoniali indisponibili in godimento».
In parole povere, per fare cassa, la CRI si deve liberare degli immobili che non le servono. La domanda che sorge allora è: in che modo verranno venduti questi immobili? E chi li ha donati alla Croce rossa perché li utilizzasse per i suoi scopi associativi non verrà forse tradito?
Il commissariamento infinito
La Croce rossa ha avuto più commissari che presidenti. L’ultimo e attuale, Francesco Rocca, uomo vicino a Gianni Letta e famiglia, era stato nominato il 30 ottobre 2008 per ricostituire gli ordini statutari e risanare il bilancio. All’articolo 7 della bozza, sulle norme transitorie e finali, si legge che la nomina del commissario straordinario Francesco Rocca verrà prorogata fino al 31 dicembre 2012: il quarto anno di commissariamento consecutivo con lo stesso commissario. Anche se Rocca evidentemente non ha sistemato i conti dell’ente, visto che occorre procedere a una privatizzazione con dismissioni degli immobili per provvedere risanare gli “eventuali debiti accumulati”.
I sindacati: tutti uniti contro la privatizzazione
E’ significativo notare come tutte le sigle sindacali si siano nuovamente riunite per un’opposizione unitaria a questo decreto ancora senza numero. E la cosa è decisamente in contrasto con quel «sentite le più importanti rappresentanze sindacali» che fa parte delle premesse del decreto e che rappresenta il classico esempio di politichese burocratico che non ha alcun riscontro nella realtà dei fatti.
Nel comunicato che hanno diramato CIGL-FP, CISL-FP, UIL-PA, SINADI CRI, FIALP-CISAL, USB e UGL Intesa, tanto per cominciare, si fa notare che «l'intero provvedimento è strumentalmente motivato con la riduzione del debito ma non è in grado di disegnare un servizio che garantisca almeno le stesse prestazioni oggi erogate». Ovvero, la privatizzazione per altri fini, mascherata da tagli alla spesa pubblica.
I sindacati proseguono: «Abbiamo sempre attaccato gli sprechi ovunque si annidassero ma una cosa è un progetto di riforma, un piano di rientro dal debito, una accurata gestione del patrimonio immobiliare che certamente non può essere una svendita, altra cosa è ridurre i compiti di assistenza e urgenza svolti in tutta Italia con la professionalità riconosciuta ai dipendenti della Croce Rossa ad una mera operazione contabile».
E indicono una manifestazione a Palazzo Chigi per il 26 ottobre. Proprio il giorno in cui, in teoria, si dovrebbe discutere la bozza di decreto.
Debora Aru
Alberto Puliafito
da Articolo 21
venerdì 4 marzo 2011
Il Consiglio di Stato blinda Tuvixeddu ma L'Unione Sarda fa la gnorri
Quindi allo stato attuale all'interno dell'area delineata a suo tempo dall'amministrazione Soru non potrà essere poggiato neppure un mattone, a meno che non vi sarà un'intesa fra Comune di Cagliari e Regione Sardegna.
I fatti: tre anni fa, la Nuova Iniziative Coimpresa del gruppo Cualbu e il Comune di Cagliari si erano rivolti al Tribunale Amministrativo Regionale affinché annullasse il divieto di costruire sulla Necropoli di Tuvixeddu e Tuvumannu, imposto dalla giunta Soru attraverso l'attuazione del piano paesaggistico. Richiesta successivamente accettata dal TAR.
Ciò che però salta agli occhi è l'atteggiamento che i media isolani hanno nei confronti della notizia. Se La Nuova Sardegna ha dedicato alla sentenza del Consiglio di Stato un'intera apertura a pagina 7 con un richiamo anche in prima, l'Unione Sarda ha preferito mantenere un profilo più basso.
E quando si dice basso si intende proprio basso, così tanto da relegare la notizia ad un articoletto di spalla a pagina, udite udite, 27, cioè nella cronaca di Caglari. E non era nemmeno in apertura che invece era dedicata a Gratta e vince 100 milioni con un biglietto "Miliardario".

Un pezzo che, inoltre, non spiega esatamente perché il Consiglio di Stato ha accettato il ricorso, bensì fa notare come il blocco dovuto alle indicazioni del Piano Paesaggistico della giunta Soru "aveva di fatto bloccata la realizzazione della strada che avrebbe dovuto collegare via Cadello con via San Paolo. Un asse fondamentale per la viabilità e lo sviluppo cittadino, progettato per unire due punti importanti del capoluogo".
Beh certo, una strada val bene la storia e le redici archeologiche della Sardegna e i palazzinari possono sempre sperare in un biglietto "miliardario" per recuperare i soldi non guadagnati.
bed
domenica 4 luglio 2010
Replica alla lettera aperta ai colleghi giornalisti
di Manuela Lasagna, Marco Dedola*
Credo che porsi domande su come i giornalisti hanno “trattato” la notizia – e sottolineo “la notizia” – della presenza di Patrizia D’Addario alla manifestazione di Piazza Navona, come fa nella sua lettera aperta Debora Aru, sia non soltanto giusto, ma anche utile per la professione. E a ben vedere la “notizia” è forse proprio la brutalità con cui la D’Addario è stata trattata da quelli che si definiscono i paladini della libertà di stampa. Dimentichi persino del fatto che è stata proprio la sua testimonianza e oserei dire il suo coraggio a consentire di scoperchiare un sistema.
Anch’io sono rimasta sconcertata da quello che ho visto in piazza, e non dal fatto che i colleghi si affollassero intorno alla D’Addario (una notizia è pur sempre una notizia) ma dalla reazione di chi, essendo in piazza a manifestare per la libertà di pensiero, di intercettazione e di stampa, ha pensato che la D’Addario fosse venuta lì a rubargli la scena e proprio come quelle comari del paesino a cui avevano sottratto l’osso ha reagito in modo scomposto e francamente illiberale.
Una brutta pagina davvero, su cui tutti dovremmo riflettere.
Essendo stata però tirata in ballo come esempio-limite di cattivo giornalismo per aver “addirittura tentato di intervistare la brillante biondina in diretta”, con tutto il corollario sulla mancanza di deontologia professionale che da tale scelta deriva, ritengo di dover replicare non solo a tutela della mia personale professionalità, ma anche della testata che giovedì in piazza ero chiamata a rappresentare.
Premesso che la sig.ra D’Addario era presente alla manifestazione non di sua iniziativa, ma su invito del Popolo Viola, ovvero di una delle sigle che hanno organizzato la manifestazione e che la sua vicenda ha ispirato proprio una delle norme più discusse del disegno di legge Alfano (e dunque era perfettamente titolata a esprimere la sua opinione), ho trovato di una gravità inaudita che alcuni colleghi (oltretutto con indosso la maglietta di Articolo21) si siano messi a gridare “vergognatevi” all’indirizzo della sottoscritta, per il solo fatto che stavo per intervistare la D’Addario.
A causa della violenza della “protesta” dei colleghi che in perfetto stile talebano si sono avventati anche fisicamente contro la postazione della nostra telecamera, in quel momento impegnata nella diretta, la signora D’Addario è stata costretta ad allontanarsi, facendo saltare il previsto collegamento.
Alla mia veemente protesta (“questa è censura. Voi mi avete impedito di fare il mio lavoro”), uno dei suddetti colleghi mi ha persino minacciato di sputtanarmi pubblicamente – chiedo scusa per il francesismo - davanti a tutta la categoria.
Se la giovane collega ritiene che questo sia un modo legittimo di contestare il lavoro di un altro collega, per giunta a una manifestazione sulla libertà di stampa, beh, non c’è da stupirsi se la democrazia in questo Paese vacilla.
Personalmente diffido di quanti, puristi per convinzione o per convenienza, si ergono a guardiani della rivoluzione, mentre chiudono volentieri un occhio e talvolta anche due sulle tante D’Addario che si nascondono fra le fila della nostra onorata categoria.
Per quanto mi riguarda vorrei essere giudicata per quello che faccio e che ho fatto e non per quello che qualcuno presume che io stessi facendo e non ho fatto.
Certo è davvero curioso che l’unica giornalista ad essere attaccata sia io di Rainews, l’unica testata peraltro che ha dato l’intera manifestazione in diretta. Non l’hanno fatto né Sky né la FNSI. Una diretta arricchita anche dal contributo di almeno una decina di interviste realizzate direttamente dalla piazza, anche a costo di non sentire la mia stessa voce pur di dare il senso della manifestazione dal “di dentro” e non dal lontanissimo trabattello messo a disposizione dalla Rai. Scusate se è poco.
Ma questo agli amici di Articolo21 forse non interessa.
*Manuela Lasagna, inviato
Marco Dedola, capo servizio Interni di Rainews
venerdì 2 luglio 2010
Lettera aperta ai colleghi giornalisti
Cari colleghi giornalisti,
chi vi scrive è una sconosciuta pubblicista che come la maggior parte di noi (professionisti compresi) si sbatte ogni giorno per poter lavorare.
Alla manifestazione contro la legge bavaglio, ho assistito a qualcosa di sconcertante e ho deciso di scrivervi una lettera aperta per rivolgervi un appello.
Quando ieri è arrivata Patrizia D’Addario in piazza Navona la calca di colleghi, operatori e fotografi attorno alla sua persona mi ha lasciato di stucco: tutti concentrati sulla escort bionda che aveva in mano il suo libro. Ora io mi chiedo, e vi chiedo, la sua presenza è una notizia? Lei è una notizia? Chi è la D’Addario? In virtù di quale competenza la D’Addario merita di apparire nei TG che parlano del DDL intercettazioni, quanto o più Ilaria Cucchi o Patrizia Aldrovandi?
C’è stata addirittura Rai news 24 che ha tentato di intervistare la brillante biondina in diretta davanti al palco del No Bavaglio Day. Alcuni giornalisti di Articolo21 hanno gridato «colleghi vergognatevi», perché si intendeva intervistare una persona famosa per aver svelato dei segreti sulla vita sessuale del Presidente del Consiglio. L’intento, secondo l’intervistatrice Rai, era di fare domande sulla cosiddetta legge D’Addario ma, come ha detto la giornalista: «voi mi avete censurato», in quanto qualcuno ha pensato bene di portarsi via la D’Addario senza che potesse rilasciare alcuna dichiarazione.
Per censura si intende il controllo dalla libertà da parte di un’autorità. Cosa c’è di censurante nel contestare l’operato di un collega?
Colleghi, io vi chiedo, questo è giornalismo? La prima cosa che mi è stata insegnata quando ho iniziato a imparare a fare questo mestiere è che il giornalista sceglie fra i fatti quello che è notizia per l’interesse della collettività. Noi siamo professionisti perché abbiamo una preparazione, una deontologia e un’etica che ci distingue da chi si autodefinisce operatore dell’informazione senza alcuna competenza.
Non basta solo alzare la voce contro chi ci vuole cani da compagnia della Politica. Non basta scendere in piazza a reclamare i nostri diritti. Per essere credibili e affidabili e avere il rispetto per la nostra professione dobbiamo fare bene il nostro lavoro e non sottostare alle regole di mercato che vogliono “vendibile” una Patrizia D’Addario.
In questo momento così buio per il nostro Paese dobbiamo essere noi i primi a ridare la dignità al lavoro del giornalista con una profonda e onesta autocritica. Dobbiamo riguadagnarci la fiducia dei cittadini.
Chiedo a tutti voi colleghi, soprattutto a quelli con una posizione più importante della mia, di essere compatti e solidali e di non piegare mai la schiena. Di non considerare una notizia bucata la mancata intervista a un personaggio come la D’Addario e di essere anche l’unica voce fuori dal coro, se è necessario a dimostrare che siamo una categoria seria. Vi chiedo di ridare onorabilità all’informazione che è l’unica arma a nostra disposizione per difendere la libertà.
Debora Aru
sabato 12 giugno 2010
Via Corradino Mineo da Rai News24?
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Circola la notizia che Corradino Mineo, direttore di Rai news 24, giovedì prossimo perderà il suo posto. Lo annunciano dalle pagine di Articolo 21 il portavoce Giulietti e il senatore PD Vincenzo Vita. E sembra anche che a sostituirlo sarà un giornalista esterno alla Rai e gradito alla Lega. In questo modo ci sarà, spiega Giulietti "il controllo da parte della maggioranza di 10 testate su 11, uno sconcio senza precedenti nella storia del servizio pubblico". Se è vero, vien da sé domandarsi le ragioni della rimozione di un direttore che "ha ben meritato e che con la sua redazione sta tentando di qualificare una testata abbandonata dai vertici aziendali". Inoltre, si chiede Giulietti: "come si può pensare a nuove assunzioni dall’esterno mentre si invocano sacrifici e tagli ai compensi e al personale"?
Sono solo voci che circolano, ma molto, molto, insistenti. Sarà vero? Attendiamo smentite.
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venerdì 11 giugno 2010
Petizione per chiedere a Napolitano di non firmare il DDL intercettazioni
FIRMATE ANCHE VOI
Presidente Napolitano,
in qualità di cittadini che credono ancora nella Giustizia di questo Paese, chiediamo accoratamente a Lei, che è il garante del bene dei Cittadini e della Costituzione, di non firmare la legge sulle intercettazioni.
Una legge ingiusta, criminogena, liberticida. E dunque incostituzionale e lesiva dei diritti dei cittadini.
Una legge che, pur non essendo una priorità per il nostro Paese, devastato dalla crisi economica e da problemi ben più urgenti, è stata approvata dal Parlamento in tempi inspiegabilmente rapidi.
Una legge che impone un inaccettabile bavaglio alla stampa e un impietoso guinzaglio alla magistratura e alle forze dell'ordine nella loro quotidiana lotta alla criminalità.
Una legge che compromette terribilmente un sacrosanto diritto dei cittadini: quello di informazione, di manifestazione del pensiero e di critica.
Una legge liberticida che stringe la morsa della censura anche sull'informazione amatoriale e quella dei blog - forum - social network, vitale in uno Stato liberale e democratico.
Una legge-tagliola che riduce drasticamente il numero delle intercettazioni e impedisce che il loro contenuto divenga pubblico anche se gli indagati ne sono venuti a conoscenza.
Una legge inammissibile che rende più difficili le inchieste di mafia e che costringe i pm a non aver più alcun rapporto con la stampa, pena l'estromissione dal processo.
Una legge che, se firmata, avrebbe un effetto irreparabile sulla società civile. Come chiarito dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, la cronaca giudiziaria è essenziale in democrazia per consentire ai cittadini di verificare il corretto funzionamento della macchina della giustizia. Privati delle informazioni necessarie non potrebbero formarsi una opinione equilibrata sulla legittimità delle azioni intraprese dalla magistratura.
Presidente Napolitano, questa legge va fermata perché i cittadini hanno il diritto di sapere e i giornali hanno il dovere di informare.
Le libertà costituzionali non sono disponibili per nessuna maggioranza. In caso contrario, il crimine ordinario e organizzato non avrà più freni e caleranno le tenebre sul nostro Paese già disastrato.
10 Giugno, la giornata della vergogna
"Alle 10:35 sono arrivato a Montecitorio, vi erano 4 piccoli gruppi di persone sparsi ai bordi della piazza, mi sono avvicinato e ho chiesto se anche loro erano lì per la giornata della vergogna, nessuna di quelle persone era a montecitorio per quello.

Mi sono seduto sul muretto vicino l'obelisco ho peso una delle maglie bianche che avevo portato è col pennarello viola ho scritto "VERGOGNA!" sul fronte e sul retro, indossata la maglietta ho preso il libro "Se li conosci li eviti" e mi sono posizionato al centro della piazza, immediadamente un pliziotto mi ha chiesto di spostarmi sul bordo che non era consentito occupare il centro della piazza, allora posizionatomi in un punto con lui concordato ho aperto il libro a pag 51, il capitolo su Berlusconi, il tempo di pronunciare le prime sillabe a voce ancora moderata mi sono trovato circondato, mi è stato chiesto di mostrare il permesso, alchè allibito ho risposto: "Serve un permesso per leggere un libro in piazza?" loro: "Si altrimenti te lo leggi a casa tua". Mi hanno chiesto di visionare il libro, un testo che chiunque può comprare facilmente in qualsiasi libreria, infine mi hanno indirizzato alla questura.
Lungo il traggitto mi metto d'accordo con Adriana Mari che ha voluto sostenermi in questa iniziativa e stava sopraggiungendo, ci rechiamo insieme in questura, chiediamo il permesso per leggere ma spiegano che occorrono tre giorni per ottenerlo, con aria arrogante l'addetto risponde alla nostra meraviglia: "e tanto che tenete da fare, ci venite un altro giorno!" Allora io ho lavorato dall'una alle 5 giovedì mattina e alle sei sono partito per trovarmi alle 10:30 in piazza sono tornato da poco e sto per riiniziare a lavorare, io oltre a perdere qualche ora di lavoro quando decido di partecipare a qualche evento sacrifico le mie ore di sonno, ma solo perchè ritengo che siano cose imrtanti la difesa dei nostri diritti, e questo dovrebbe capirlo particolarmente quell'addetto per come sono messe le forze dell'ordine con i tagli alle spese e le leggi a delinquere.
Dopo questa piccola pausa fuori tema riprendiamo il discorso, avevo intenzione di tornare a Montecitori senza leggere ma solamente indossando la maglietta con la scritta. Ma nemmeno quello consente la legge e mi intimano di non farlo per non incorrere in una denuncia.
Io ingnorante in diritto mi sono azzittito e adeguato ai loro dictact, poi ho incontrato persone di cui mi fido che mi hanno assicurato che il semplice leggere un libro (comune) ad alta voce senza ausilio di apparecchi per l'amplificazione del volume è garantito dalla costituzione e il censurarmi è stato un grave atto di incostituzionalità.
Aggiungo anche che verso le 13:00 a piazza obelisco vicino Montecitorio abbiamo assistito ad un blitz ai danni di 3 ragazzini, 1 grandicello e un'altro con la compagnia si e no 20enni. Durante l'arresto un giornalista con videocamera professionale che stava riprendendo la scena è stato fermato per il riconoscimento. Qui il racconto della vicenda. Finito tutto mi sono avvicinato al teleoperatore e mi ha confermato che il video dell'accaduto è rimasto nelle sue mani, e che lui quei tre ragazzi li ha ripresi mentre stavano distribuendo semplicemente dei volantini. L'arresto è avvenuto perchè ritenuti terroristi baschi".
Ivan Pipicelli dal gruppo Facebook "10 giugno giornata della VERGOGNA"
domenica 9 maggio 2010
La retorica di Repubblica salva Bertolaso
E' stato senza dubbio un tripudio autoreferenziale, la conferenza stampa che Guido Bertolaso ha tenuto ieri a Palazzo Chigi. Durante il suo lungo monologo, sono abbondate slide di chiarimenti, belle parole per le massaggiatrici dello Sport Village di Roma, spiegazioni che non facevano una grinza. La notizia, dopo il soliloquio del capo della Protezione Civile, era che sì, è vero, sua moglie ha incassato un assegno da Anemone. Ma solo perché lei è un architetto e la sua parcella, per una consulenza, era di 20 mila euro. Regolarmente certificate e inserite nella dichiarazione dei redditi, si intende. Allora, ti viene da chiedere, perché finora non si è mai saputo nulla dell'esistenza di quell'assegno? E ti aspetti che qualche giornalista presente alla conferenza stampa faccia questa semplice domanda.
Invece, cosa succede?
Forse se la Repubblica facesse le domande al diretto interessato, invece di strillare dalle sue pagine web, il Nostro, potrebbe fornire delle risposte. E chissà, magari, se si fanno le domande in sede opportuna, potrebbe anche capitare che qualcuno tenti di rispondere e ci si accorga che tanto sincero non è stato... Chi lo sa?
Basta chiedere.
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venerdì 7 maggio 2010
L' affaire Lo Zito

Il Maresciallo della Croce Rossa Italiana Vincenzo Lo Zito
“Per quanto riguarda i revisori anche questi essere immondi mi hanno fatto delle pressioni per desistere dalle denunce e fare domanda di trasferimento. Mi fanno vomitare e spero si arrivi a soluzione…. Forza ragazzi, facciamoci sentire…”. Questo commento potrebbe costare al Maresciallo Capo della Croce Rossa Italiana Vincenzo Lo Zito ben due anni di carcere. Il 12 maggio, presso il tribunale di Roma alle 10:00 ci sarà l’udienza preliminare per il rinvio a giudizio del maresciallo con l’accusa di diffamazione e calunnia con l’aggravante di aver commesso il fatto contro un pubblico ufficiale. I querelanti infatti sono Duilio Luttazi, Riccardo Monaco, Giuseppe Suppa, Giuseppe Bilancia, Fabio Italia, Corrado Perazzoli e Romolo Reboa, tutti componenti del Collegio dei revisori della Croce Rossa Italiana.
L’odissea di Lo Zito inizia nel 2008. Svolgendo alcune verifiche sulla documentazione amministrativo-contabile del comitato abruzzese presieduto dalla professoressa Maria Teresa Letta (sorella del braccio destro di Silvio Berlusconi, Gianni Letta, e zia del deputato PD Enrico Letta), il maresciallo della CRI avrebbe riscontrato delle anomalie di gestione. Il militare ha immediatamente provveduto a segnalare quanto rilevato ai vertici di Croce Rossa e, successivamente, alle Procure de L'Aquila e Campobasso, nonché alla Corte dei Conti. Secondo la ricostruzione del Maresciallo, il 14 marzo 2008, il Comitato Centrale della Croce Rossa Italiana, decide di inviare un’ispezione Amministrativa da parte del Collegio Unico dei Revisori dei Conti per verificare quanto da lui denunciato. Come da prassi, è stata prodotta tutta la documentazione necessaria a dimostrare le irregolarità rilevate. “Vi erano - dichiara Lo Zito - i mandati di pagamento firmati senza alcun titolo dalla Prof.ssa Maria Teresa Letta, nonostante in sede fosse sempre stata presente la figura del direttore Regionale e di un funzionario amministrativo abilitato a questa funzione”. Nel verbale delle dichiarazioni rilasciate ai Carabinieri, Lo Zito inoltre afferma: “Luttazzi cercò di farmi capire di far finta di niente per non ingigantire la situazione, consigliandomi anche di farmi trasferire in una sede dove potevo stare più tranquillo”.
Il maresciallo racconta che nel visionare i documenti, i tre revisori (Luttazi, Monaco e Suppa) rilevano le anomalie denunciate, ma nel frattempo era giunta l’ora del pranzo. Luttazi viene chiamato dai colleghi per andare a mangiare. L'invito a pranzo, dichiara Lo Zito, è della stessa Letta. Fabrizio Forconi, autista dei revisori, sentito dai carabinieri a questo proposito dichiara: “Ricordo che verso le 13:00 circa accompagnai dette persone [Luttazzi, Monaco e Suppa ndr] a pranzo presso un ristorante dell’Aquila. In quell’occasione vennero presso il ristorante, a bordo di un altro mezzo, anche due donne, una dimostrava circa 60 anni e l’altra 40 circa, ma non so indicare chi fossero”. Lo Zito afferma che i revisori hanno fatto ritorno presso il comitato alle 15:00 comunicandogli che, data l’ora tarda, dovevano rientrare a Roma, ma che sarebbero tornati entro pochi giorni. “A tutt’oggi –conclude lo Zito- non ho notizia del risultato dell’ispezione”.
Nell’estate dello stesso anno, il maresciallo rilascia un’intervista al blog del reporter Stefano Salvi (anch’esso querelato con l’accusa di concorso di reato), in cui racconta quanto già dichiarato ai carabinieri. Il 12 luglio del 2008 Lo Zito scrive il commento incriminato sotto il video dell’intervista e il 17 ottobre riceve la querela, non per quanto ha raccontato, bensì per le frasi utilizzate. E a querelarlo non sono stati solo i tre revisori presenti all’ispezione, ma tutto il Collegio.
La vicenda della Croce Rossa Italiana è una storia condita da nomi e cognomi che periodicamente si presentano nel panorama delle cronache italiane. Non è un caso infatti che l'avvocato Romolo Reboa, uno dei componenti del Collegio Unico dei revisori della Croce Rossa Italiana che ha querelato il Maresciallo, porti l'occhio lontano dalla querelle Lo Zito-Letta. L’avvocato si è unito ai tre colleghi nell’azione penale contro Lo Zito, pur essendo estraneo ai fatti raccontati.
Ma Reboa è coinvolto anche in un’altra vicenda: il 5 maggio è stato condannato in primo grado a un anno nel processo Laziogate. Insieme a lui sono stati condannati anche l'ex presidente della Regione Lazio, Francesco Storace (un anno e mezzo) e altre sei persone. Il reato è quello di essere entrati, nel marzo del 2005 tramite i computer di Laziomatica, nel sistema informatizzato dell'anagrafe per boicottare, attraverso la sottoscrizione di firme false, la lista Alternativa Sociale di Alessandra Mussolini nelle regionali del Lazio.
Il nome dell’avvocato Reboa porta poi dritti in Sicilia verso un'altra storia di Croce Rossa, dove si sta assistendo alla liquidazione di una società di cui Reboa è presidente del Collegio Sindacale: la Si.Se SpA (Siciliana Servizi di Emergenza), società in house della Croce Rossa Italiana (che possiede il 100% delle sue azioni) nata nel 2002 e titolare del 118 in Sicilia. Quello della Si.Se SpA si presenta come uno dei grandi giocattoli di Croce Rossa sotto stretta osservazione del Ministero dell'Economia e delle Finanze e della Corte dei Conti.
Si tratta di una gestione personalizzata e “feudale”, come hanno riportato alcuni organi di stampa locale, con il solito vizio tutto italiano dove controllati e controllori coincidono nel più classico dei disegni del conflitto d'interesse. Non è un caso infatti che gli amministratori della Si.Se. siano anche all'interno del comitato Regionale CRI siciliano.
Le ispezioni sulla Si.Se e sul sistema del 118 in Sicilia risalgono al 2006. Fu proprio il Ministero dell'Economia a puntare la lente d'ingrandimento sugli sprechi in Sicilia targati Si.Se./CRI col placet della giunta regionale. Recentemente la Corte dei conti ha contestato un danno erariale di 39 milioni di euro a tutta la giunta guidata da Salvatore Cuffaro e a sette componenti della commissione sanità dell'Assemblea Regionale Siciliana. Il fatto risale al 20 settembre 2005 quando la giunta decise di “allargare il parco ambulanze del 118, determinando un 'ingiustificato' aumento dei costi”. 64 nuove ambulanze e innalzamento da 10 a 12 soccorritori per ambulanza. Principalmente queste le decisioni dell'allora Assessore alla sanità Giovanni Pistorio (promosso Senatore al termine del mandato della giunta Cuffaro) che attirarono l'attenzione dei magistrati contabili. A indagini concluse, come si legge dagli atti, si constata come quel 118 “gonfiato” fosse in realtà necessario per fare posto a un esercito di autisti-soccorritori da piazzare in piena campagna elettorale per le regionali del 2006.
Nel 2005 la società opera anche un'assunzione illustre: è quella di Salvatore Stefio, l'uomo rapito in Iraq con Maurizio Agliana, Umberto Cupertino e Fabrizio Quattrocchi (che fu ucciso) nel 2004. Al suo ritorno in Italia è pronto un posto in Croce Rossa in tandem con la moglie, nonostante le sue esperienze più rilevanti si ebbero presso la “Presidium”, società che si occupava di servizi di sicurezza di proprietà dello stesso Stefio e del socio Giampiero Spinelli. L'obiettivo della Presidium era la “Volontà di resistenza contro coloro che minacciano la visione occidentale di sviluppo e democrazia”. Di sicuro una buona collocazione per un personaggio che si definisce un “consulente per la sicurezza. Nazionalista e Cristiano”, di certo non un curriculum da dipendente impiegato della Croce Rossa. Arriva l'assunzione presso la struttura della Si.Se. Qualcuno parla di “assunzione clientelare” come il presidente dell'Anpas – l'associazione per la pubblica assistenza – Emilio Pomo. Successivamente Stefio verrà rinviato a giudizio presso la procura di Bari. Secondo l'accusa il nuovo dipendente crocerossino con la complicità di Giampiero Spinelli arruolò e inviò per la Presidium Corporation i tre compagni in Iraq “affinché militassero in favore di Forze armate anglo-americane, in contrapposizione a gruppi armati stranieri”. Il tutto in cambio di denaro. I giudici di Bari contestano infatti il reato di “arruolamenti o armamenti non autorizzati a servizio di uno Stato estero”. Intanto Salvatore Stefio prosegue la sua attività presso la Si.Se. e lo farà sicuramente fino alla fine del processo, ma in Croce Rossa di certi personaggi non fanno più rumore indipendentemente dalla loro storia. Basti ricordare Paolo Pizzonìa ex membro dei NAR condannato a sei anni per banda armata e altri reati, oggi braccio destro del commissario nazionale Rocca.
La Si.Se è oggi in liquidazione e dal 1 giugno dovrebbe essere sostituita dalla Seus: il rinnovo del tutto e il cambio del nulla, perché gli sprechi della Si.Se difficilmente verranno contenuti dalla nuova società che rimane un'autentica gallina dalle uova d'oro. Inoltre alla Seus si aggiungeranno alle nuove assunzioni almeno 500 dipendenti Si.Se. che passeranno automaticamente nella nuova società senza concorso pubblico inficiando così quell'obbligo di trasparenza, efficienza e legalità che dovrebbero contraddistinguere un ente come la Croce Rossa Italiana. Il personale in eccesso della Si.Se pesa sulla nuova società che dal primo giugno prenderà in mano il 118 nell'isola, così come quegli 80 milioni che il commissario nazionale della Croce Rossa Francesco Rocca si aspetta di incassare dalla regione tramite l'attuale assessore alla sanità Russo.
bed e Luca Rinaldi su Articolo21
mercoledì 31 marzo 2010
Rimossi i tre conduttori del TG1. L'epurazione avanza

Sembra che i tre conduttori si siano rifiutati di firmare la lettera di solitarietà per il direttore Minzolini fatta circolare fra le redazioni RAI. all'indomani delle critiche alla falsa notizia dell'assoluzione dell'avvocato David Mills nel processo per corruzione da parte di Silvio Berlusconi.

Franco Siddi, segretario Fnsi commenta così: «La notizia di una imminente rimozione dagli incarichi di conduzione del Tg1, di colleghi come Paolo Di Giannantonio, Piero Damosso e Tiziana Ferrario, rischia di configurarsi come rappresaglia piuttosto che come un normale esercizio dei poteri del direttore che il contratto tutela».

Secondo Minzolini, non c'è stata nessuna epurazione. Solo un "ricambio generazionale. Sono stati assunti -spiega il direttore- diciotto precari e per dare un segnale di cambiamento al Tg1 bisogna mostrare volti nuovi. Sono decisioni prese da tempo e i documenti, nè quelli a favore, nè quelli contro, non c'entrano assolutamente niente. Sono liturgie che non mi appartengono.
Certo, poi che loro non avessero firmato la lettera di solidarietà che circolava in RAI è una pura coincidenza.
mercoledì 17 marzo 2010
Minzolini indagato. Manca la rettifica (come al solito)

La recidività del "direttorissimo" ANgusto Minzolini è ormai conclamata.
Non solo non ha ancora rettificato la notizia dell'assoluzione di David Mills, ma nemmeno il suo editoriale sull'idagine che lo riguarda.
Nella sua autoesclusione (leggi editoriale) sull'inchiesta aperta dalla procura di Trani nei suoi confronti (e di quelli di Berlusconi e Innocenti, uno dei componenti dell'Agcom) smentisce fermamente il suo coinvolgimento nelle nelle indagini.
Peccato che 2 giorni dopo anche lui risultasse destinatario di un avviso di garanzia con l'accusa di violazione del segreto istruttorio relativo alle indagini sulle carte di credito American Express.
Sua maestà il direttorissimo aveva infatti rivelato i contenuti dell'interrogatorio cui venne sottoposto il 17 dicembre 2009, e non avrebbe dovuto secondo i magistrati.
Quindi checché ne dica l'editorialissimo del direttorissimo l'indagine c'è eccome. E visto l'abbondanza di interventi del Minzo nostro in questi ultimi mesi, sarebbe stato carino, se non altro per "il rapporto di trasparenza con gli spettatori del TG1" di cui parla lui stesso medesimo tutto intero, fare un altro bell'editoriale in cui rettificava quello precedente. Ma questa è fantascienza.
Vi ripropongo l'editorialissimo. Non quello originale, bensì quello sottotitolato in modo geniale da sarx88
Vi segnalo anche un'iniziativa di Articolo21. Sottoscrivete la lettera da inviare al presidente della Autorità di garanzia, professor Corrado Calabrò e al presidente della Rai Paolo Garimberti.
bed
venerdì 5 marzo 2010
L'assoluzione del giudice Minzolini, quello che resta dell'informazione italiana

Esiste un limite invalicabile che tutti abbiamo il dovere di non oltrepassare: IL RISPETTO.
Ed è proprio il rispetto per gli italiani quello che Angusto Minzolini ha dimenticato. Come tutti saprete, nell'edizione delle 13:30 del 26 Febbraio, il TG1 dava la notizia della prescrizione del commercialista inglese David Mills, parlando di assoluzione.
Inutile dilungarmi sulla differenza di significato fra ASSOLUZIONE e PRESCRIZIONE. E' sufficiente dire che nel primo caso il reato non c'è mentre nel secondo si. Punto. Non ci sono interpretazioni o analisi logiche da compiere sulla frase.
Ma per Minzolini evidentemente la differenza non è così netta tanto che, grazie al suo infinito servilismo, riesce a cogliere sfumature di significato che i normodotati (cerebralmente parlando) non colgono.
Peccato che questo eccesso di estro e di fantasia, sia una reale mancanza di rispetto per l'intelletto degli italiani. Una chiarissima manipolazione della realtà col fine ultimo di ingannare i 6 milioni di spettatori che guardano ancora il suo TG.
Nel complesso, il servizio della giornalista Ida Peritore è corretto, parla di prescrizione, di corruzione in atti giudiziari e del risarcimento che Mills deve elargire a Palazzo Chigi.
Ma l'intenzione del Minzo è subdola: lasciare il servizio così com'è inserendo nel titolo e nel lancio del pezzo (che arrivano direttamente al telespettatore senza bisogno dell'attenzione necessaria ad ascoltare un normale servizio) la parolina magica "assoluzione".
E stiamo parlando del servizio pubblico, quello che paghiamo coi nostri soldi, non dimentichiamolo.
Usigrai, l'Unione Sindacale dei Giornalisti Rai, chiede una rettifica. Eccola (!)
Poi così tanto per non farci mancare nulla, ecco un'altra perla del Minzo nostro...
Video realizzato col prezioso lavoro di Trarco
PS. Vi consiglio di seguire il gruppo FB "La dignità dei giornalisti e il rispetto dei cittadini"
mercoledì 3 marzo 2010
Censura Rai: protesta pure Vespa
Si signori e signore, pure Bruno Vespa è sceso in piazza a manifestare. A questo punto si può dire con certezza che in Italia stia succedendo qualcosa che non si era mai visto: un servo che protesta, in mezzo ad una valanga di fischi, ma almeno protestava.
Come sapete il Consiglio di amministrazione RAI ha deliberato la chiusura di quattro programmi di approfondimento: Annozero, Ballarò, Porta a Porta e L'Ultima Parola. Perché? In rispetto delle regole di par condicio. Mi pare superfluo sottolineare che le norme sulla parcondicio sono in vigore dal 2001 e che mai, finora, si è assistito alla chiusura dei programmi televisivi di approfondimento. Sembra dunque evidente, a questo punto, l'influenza dei poteri politici. La decisione del CdA dimostra infatti l'incapacità di gestire le pressioni politiche tanto da decidere, piuttosto che fare danni, di censurare. Una decisione lesiva, non solo per la libertà di stampa e il diritto di essere informati ma anche per le casse dell'azienda in quanto verrebbero meno gli introiti economici delle pubblicità all'interno delle stesse trasmissioni.
Si tratta di una profonda mancanza di rispetto nei confronti dei cittadini che, privati dei talk show di approfondimento, non potranno più essere informati. Ad aggravare il tutto poi, si aggiunge che come unica fonte di notizie restano i TG e, visto "l'errore" che ha voluto Mills ASSOLTO e non PRESCRITTO, è preoccupante.
Giulietti presidente di Art.21 ha annunciato una campagna dal titolo, 'Fai impazzire il censore': "chiederemo a tutte le radio, tv, siti, blog, di ospitare i conduttori e gli autori dei programmi soppressi per rompere l'oscuramento e dare via ad una serata congiunta dedicata alla Costituzione".
E Santoro ha rincarato la dose: "il 25 marzo andrò in onda. Sarà il nostro Primo maggio. Uno sciopero bianco sulla libertaà di espressione, saremo in una piazza di una città italiana e sarà una trasmissione straordinaria" e anche se non potrà andare in onda sulla Rai, potrà essere diffusa da blog, piattaforme, socialnetworks e da chiunque lo voglia.
Lascio spazio alla playlist dell'amica certosina Ladygroove
FIRMATE L'APPELLO DI ARTICOLO 21
mercoledì 9 dicembre 2009
AGGIORNAMENTI. La cattura di Nicchi. Il Beneficio del dubbio a Feltri

In rete circola la notizia che Il Giornale di Vittorio Feltri abbia pubblicato il pezzo sull'arresto del boss Nicchi prima che questo venisse effettivamente arrestato.
Lo avevano segnalato gli amici L'Ottantanove e Nonleggerlo nei loro post. Da quello che mostrano questi due screenshot sembra infatti che il giornale di famigghia abbia dato la notizia dell'arresto del boss Nicchi alle 12:18, ben 3 ore prima del lancio AGI delle 15:20 e un ora e mezza prima dell'incursione in via Filippo Juvara a Palermo, avvenuto, secondo quanto scritto da Repubblica, dopo le 14:50.
Abbiamo fatto delle verifiche in merito.
Nel pomeriggio di oggi Wil entra in contattato la redazione de Il Giornale per chiedere spiegazioni.
Ecco il suo racconto:
AGGIORNAMENTO 15.12: sono appena stato contattato dalla Redazione del Giornale, sembra che tutto questo sia stato un semplice errore tecnico, di digitazione. Mi dicono che la prima agenzia è uscita alle 15.27 (è vero) del 5 dicembre, e che loro subito dopo hanno scritto l'articolo. Professionisti eccezionali, anche perchè il primo commento all'articolo risale alle 15.45. In 19 minuti avrebbero fatto tutto, bruciando di molto la restante informazione italiana. Ma magari ci sta eh, attenzione. Mi dicono anche che l'articolo è stato aggiornato più volte anche nei giorni successivi, e questo può aver portato all'errore di cui abbiamo scritto ... subito vi saprò dire di più, bah.
Nel frattempo io ho contattato una mia fonte all'ANSA che mi ha fornito lo storico dei lanci d'agenzia a loro disposizione:
15:26 AGI
15:30 ANSA
15:37 rilancio AGI
15:41 APICOM
e tutti gli altri di seguito.
Consultandoci con Wil, siamo arrivati alla conclusione che sia verosimile la versione fornita dalla redazione de Il Giornale, cioè che ci sia stato un errore di battitura nell'orario di pubblicazione dell'articolo.
Quello che però ci lascia tutti un po' perplessi è che il primo commento postato all'articolo del giornale è delle 15:45 cioè meno di 20 minuti dopo il lancio d'agenzia al quale la redazione ha fatto riferimento.
Questo significa che in meno di 20 minuti il Giornale è stato in grado di apprendere la notizia, eventualmente verificarla, scriverla, inserirla e anche ottenere il primo commento. Tempi che manco Lance Armstrong.
Ma i fatti parlano chiaro: c'è stato un errore di battitura sull'orario della pubblicazione del pezzo e nonostante l'esiguo lasso di tempo fra il lancio AGI e il commento non ci resta che credere a quello che abbiamo verificato.
A meno che qualcuno non riesca a dimostrare di aver letto quell'articolo prima delle 15:26...........
AGGIORNAMENTO 10 dicembre ore 17:00
Dopo che Wil ieri ha telefonato alla redazione de Il Giornale è stato modificato l'orario di pubblicazione che ora è 20:00.
Il_freddo, uno dei lettori di nonleggerlo sostiene che lui ha letto l'articolo quasi sicuramente intorno alle 13, prima di uscire per andare al NBD.
Invece Candidus ha fatto notare che su internet è disponibile la copia cache di google che mostra la pagina aggiornata addirittura alle 11:18 del 5 dicembre. Guardate qui
Anche alcuni commentatori di lottantanove confermano di aver visto la cache.
Che dire? Il dubbio resta. Eccome. Ma abbiamo bisogno di qualcuno che riesca provare di aver visto quell'articolo tra le 12:18 e le 15:26....
domenica 6 dicembre 2009
No Berlusconi Day. Viola di Rabbia (Cit.)
Come al solito i numeri di questurini e organizzatori non si avvicinano, manco di poco: 90 mila per i primi, un milione per gli altri. Quel che è certo è che al NO BERLUSCONI DAY di Roma Sabato c'era davvero tanta gente, tanti striscioni, tanti slogan e tante bandiere. Troppe.
Tra la folla, oltre agli onnipresenti vessilli dipietristi, abbondavano le bandiere dell'intramontabile Rifondazione Comunista, ma anche qualche timido stendardo del PD e alcuni rigurgiti marxisti-leninisti-filoguevariani-comunisti. Insomma una gamma di colori da far invidia al ventaglio di tonalità disponibili per le cucine Ikea.
Ciò che a molti dev'essere sfuggito Sabato quando hanno deciso di scendere in piazza è che il NO BERLUSCONI DAY non avrebbe dovuto avere nessun colore politico. Chi è sceso in piazza lo ha fatto perché è stanco di questo governo, è stanco di Berlusconi ma soprattutto è stanco di tutti quelli come lui.
Stavolta sono addirittura d'accordo con Rosy Bindi, quando afferma di essere contraria all'adesione ufficiale dei partiti alle manifestazioni dei liberi cittadini che vogliono essere ascoltati e non strumentalizzati. Il che è emblematico da parte mia.
Al di là delle polemiche sul presunto zampino di Di Pietro nel movimento NBD, l'unico colore presente avrebbe dovuto essere il viola perché in piazza non c'erano partiti, ma persone, cittadini.
Invece i soliti noti non hanno mancato l'occasione di mostrare i loro colori e i loro simboli e volersi appropriare della piazza che è nostra.
Accanto a me a San Giovanni c'è stato un momento di tensione tra Rifondazione Comunista e "voi".
Le bandiere rosse abbondavano in mezzo alla folla e oltre a infastidire parecchie persone impedivano di vedere il palco e di fare le riprese.
Abbiamo chiesto di abbassarle, e un "compagno" ha domandato il perché ribadendo la sua intenzione di tenere alta la sua bandiera.
Che un rifondarolo attempato mi dica "io la bandiera la tengo perché noi siamo scomparsi nell'organizzazione di questa manifestazione e abbiamo il diritto di esprimere le nostre idee", abbiate pazienza ma per quanto democratica io sia, non lo posso accettare.
Ho allora provveduto ad informare il "compagno" che non eravamo alla festa dell'Unità e lì non c'erano i partiti ma solo cittadini e che le bandiere dovevano essere lasciate a casa. La politica deve stare fuori dalla proteste di piazza.
"Voi avete organizzato tutto senza consultarci".
"Voi volete prendervi i meriti... ci avete esclusi".
Scusa compagno, ma VOI chi?
"Voi viola".
Compagno, ma perché io ti sembro viola? Va bene forse sono un po' palliduccia e stanca dopo 5 ore passate a camminare, ma non credo di essere viola.
Manco a dirlo si riconferma la ragione per la quale il PRC è fuori dal parlamento: la totale incapacità di essere uniti. Perfino nell'ambito di una manifestazione come il No Berlusconi Day riesce a dissociarsi e a fare "bancarella a sé".
Per i politicanti è facile scendere in piazza, in mezzo alla gente esausta di questo governo ladro e mafioso, portandosi dietro le loro Bandiere eh?
Perché Rifondazione Comunista scende in piazza per chiedere le dimissioni di Berlusconi quando quell'uomo è al governo anche per colpa sua?
Perché Rifondazione Comunista è così bramosa di avere dei meriti? Non sarà forse vittima di un qualche complesso di inferiorità?
Non sono solita a sputar sentenze o spargere in giro consigli inutili, ma in virtù della poca dignità di cittadina italiana e di elettrice che ancora mi resta, ho sentito il bisogno di parlare.
Che andassero in Parlamento a protestare contro Berlusconi, a respingergli le leggi o a risolvere il conflitto d'interesse. Hanno avuto 15 anni di tempo per farlo, ma forse avevano una scala di valori diversa dalla mia e ora si arrogano il diritto di portare in piazza le loro bandiere.
C'è poco di cui essere orgogliosi cari rifondaroli, e parla una che ha votato Falce e Martello finché è riuscita a trovare un motivo per farlo.
Una "compagna" mi ha risposto reclamando la sua "dignità politica". Cara signora, le ho risposto Sabato e lo ripeto ora, io tengo più alla mia dignità umana e di cittadino che a quella di partito. E' evidente, la scala di valori è diversa.
Volevo scrivere qualcosa di meno personale all'inizio, di ironico e simpatico ma io in piazza c'ero. E insieme a me c'erano altre 90 mila o 350 mila, o un milione di persone per un solo motivo. Dire ai nostri politici che è ora di smetterla di prenderci per il culo.
Quindi niente di simpatico stavolta. Solo tanta rabbia! E che dolga pure a qualcuno. Questo è il mio No Berlusconi Day.
bed
lunedì 9 novembre 2009
Giovanardi: Cucchi morto perché tossicodipendente e anoressico
Beh certo, se fosse stato un ragazzo sano e in carne probabilmente avrebbe retto meglio alle botte e non sarebbe morto...
bed
Il video è caricato anche sul mio canale YT
mercoledì 28 ottobre 2009
Gli operai del Petrolchimico di Porto Torres rifiutano l'accordo con l'ENI. E' una truffa
La partita è ancora aperta. L'accordo con l'ENI ha ricevuto 385 no. 6 sono stati gli astenuti, un voto nullo e 108 le schede a favore. Si sono espressi in questo modo gli operai del Petrolchimico di Porto Torres, durante l'assemblea che si è svolta nella mattinata di ieri all'interno dello stabilimento.
Il disappunto delle tute blu turritane si è manifestato già all'indomani del patto e quest'ultima votazione non ha che confermato quanto era già stato detto in precedenza.
L'accordo è un bluff, uno specchietto per le allodole per dare lustro ai sindacati di settore CGIL, CILS e UIL. Degli 800 milioni di euro stanziati dall'ENI infatti, 530 sono destinati alla bonifica, 101, da dilazionare tra il 2010 e il 2013, per interventi su impianti e servizi mirati al recupero dell'efficienza e del risparmio energetico e 150 milioni di euro per realizzare un centro logistico per prodotti petroliferi.
Ma di fatto, di tutti quei soldi, resterebbero solo 101 milioni per la manutenzione nei prossimi due anni e per gli esuberi del personale, dato che quelli per le bonifiche sono dovuti per legge e non vanno dunque intesi come impegno economico e i 150 milioni per la logistica, serviranno per stoccare idrocarburi non prodotti nel Nord Sardegna.
"L'accordo, firmato in tutta fretta dall'Eni e dai chimici dei sindacati, non ha tenuto conto né della volontà degli operai, né delle reali necessità del territorio" ha detto Antonio Rudas, segretario, dimissionario, della CGIL Sassari.
Dimissionario, appunto, perchè agli operai lui aveva assicurato che il patto con l'ENI non sarebbe stato siglato, e dato che le promesse non sono state mantenute, Rudas ha deciso di mollare.
Nei prossimi giorni, gli operai comunicheranno la loro posizone ai vertici sindacali. Quindi ancora tutto da giocare. I lavoratori non si arrendono, l'impianto di Porto Torres è una risorsa per tutto il territorio. Ancora lotte, e ancora destini in sospeso. E chissà per quanto.
bed
domenica 18 ottobre 2009
Io sto col calzino turchese

Sarà pure stravagante, e per alcuni potrebbe perfino essere una "stranezza" ma 'sto calzino turchese è davvero caruccio, anche se, e cito "in tribunale non è proprio il caso di sfoggiarlo".
L'esempio di alto giornalismo che ci ha offerto qualche giorno fa quel grande canale d'informazione qual è Mattino 5, condotto da quel baluardo della libertà di stampa di Claudio Brachino è stato a dir poco sublime.
Utilissimo per il cittadino-elettore medio, sapere che il giudice Raimondo Mesiano indossa calzini turchesi abbinati a mocassini bianchi.
Anche se Annalisa Spinoso, col sostegno di Brachino, trova l'abbinameto decisamente strano.
Certo, detto da chi lavora per uno che usa l' AZZURRA libertà come motto del proprio partito suona un po' male, anche perché diciamocelo, azzurro e turchese fanno pendant così bene.
Però ecco, bisogna ammetterlo, l'idea che sia stato un giudice coi calzini turchesi a condannare Silvio Berlusconi al pagamento di 750 milioni di euro perché la Finivest, per ottenere la Mondadori, ha corrotto il giudice Metta, amico intimo di Cesare Previti, è davvero inquietante. Mi sa che Brachino ha ragione: la vittima è lui.
bed
martedì 13 ottobre 2009
Berlusconi beato. Che grande idea
Dopo il Nobel per la pace mancato per colpa di quel comunista di Obama, dalla rete arriva un'altra proposta indubbiamente migliore della precedente.
Signori e signore, nasce il comitato per la beatificazione di Silvio Berlusconi!
On line dal 28 settembre, il sito www.berlusconibeato.com, promuove la beatificazione del nostro caro presidente del Consiglio.
I promotori si dichiarano "un gruppo di fedeli che sostengono con passione la morale cattolica e la giustizia divina".
Hanno deciso di appoggiare con forza la causa della beatificazione di Ilvio perché il nostro paese stava scivolando in mano ai comunisti, ai musulmani ed agli eretici ed è stato salvato da un unico grande provvidenziale uomo: il presidente Silvio Berlusconi. Infatti nessuno negli ultimi 150 anni di unità nazionale lo merita quanto lui.
Il comitato è "completamente autofinanziato" e "non nasce per iniziativa del PDL, nè del Presidente Silvio Berlusconi, ma per volontà sincera della società civile, italiana e cattolica".
Secondo i promotori "chiunque sia in possesso delle proprie facoltà mentali e non sia stato portato sulla via del maligno dai giornalisti e dalle televisioni al servizio del male sa bene che la speranza, quella stessa speranza che i comunisti ed i loro scellerati compagni di strada, vogliono uccidere, oggi si ritrova in un unico e grande uomo: il presidente Silvio Berlusconi".
I malvagi, come "Massimo D’alema, Romano Prodi, Fassino, Bertinotti insieme alle Brigate Rosse a Osama Bin Laden ed alle sette legate alla pedofilia internazionale stavano cercando di prendere il potere in Italia e di costringere tutti ad una vita di miseria, di strupro morale e fisico, di violenza, fame e repressione. In una parola volevano imporre agli italiani il comunismo. Ma proprio quando il triste disegno del nemico di Dio si stava per realizzare è giunto un uomo capace di salvare noi tutti dalla fosca notte. Un uomo che, solo contro il male, ha saputo portare verità e giustizia, amore e fede nel nostro paese sull’orlo del baratro".
Il presidente, continua il comitato, "non è semplicemente un uomo politico, non è semplicemente un imprenditore, non è semplicemente un uomo di cultura, un uomo di fede, un difensore della verità e della vita, il presidente Silvio Berlusconi rappresenta oggi l’unica vera via alla Luce Divina disponibile sul nostro mondo terreno. Un mondo di peccato ma anche un mondo dove la gloria del signore può e deve essere celebrata attraverso le opere del nostro presidente. E' quindi assolutamente necessario che la società civile tutta si mobiliti per riconoscere lo status di beato al nostro salvatore”.
Firmatari del comitato ci sono avvocati e dottori. Tale Massimo Scaloia, con un cognome molto simile al noto ministro dello sviluppo economico. O l’avvocato, Paolo Di Stefano, omonimo del noto imprenditore scippato, da Rete4, delle sue frequenze.
Ci sarebbe da chiarire che per beatificare qualcuno è necessaria una condizione fondamentale, ossia che il candidato sia abbondantemente trapassato. Ma insomma, i tempi potrebbero anche essere maturi perché il Nostro sia pronto. Diciamocelo.
La notizia sembra giri ancora timidamente sulla rete, ne parlano il Sole24ore e qualche forum, anche se per il loro contatore si accumulano già 29464 visite.
Questo della beatificazione di Ilvio supera perfino il sito a favore del Nobel per la pace. È anche possibile finanziarlo con delle donazioni, e io stavo anche pensando di farlo, ma ho l'impressione che sia una bufala.
Però devo riconoscere che è geniale. Io stimo gli ideatori, che dovrebbero essere Massimo e Patrizia Scialò dello staff di emergenza.net, o per lo meno così dicono i siti whois in giro per la rete.
Mi inchino e chapeau al comitato per la beatificazione di Berlusconi e che le nostre preghiere e quelle dei nostri amici possano illuminare il vostro cammino quando arriverà il momento nel quale vi unirete a noi per la Gloria di Dio e del Presidente.
bed
PS: Grazie a Beppo per le dritte
Pagava in nero. L'On. Carlucci condannata

C'è chi predica bene ma, a quanto pare, razzola maluccio. Sul Corriere della Sera di oggi (evidentemete comunista) una notiziola fresca fresca: L'Onorevoledel PdL Gabriella Carlucci è stata condannata al pagamento di 10.170 euro e 39 centesimi perché dal 2004 al 2006 pagava in nero la sua portaborse.
Lo scandalo, secondo quanto raccontato dal quotidiano, è scoppiato nel 2007: un servizio delle Iene rivelò che soltanto 54 fra i 683 collaboratori dei 630 deputati in possesso del tesserino per accedere alla Camera erano in regola. Un vergognoso 8 per cento.
Secondo la ricostruzione, l'onorevole, e sottolineo ONOREVOLE, all'inizio dava alla sua assistente 500 euro al mese, e sottolineo 500, poi 1.000 dal settembre del 2004 al giugno 2006.
La parlamentare furbetta, nel suo ricorso ha specificato che si trattava di «Retribuzione che veniva erogata direttamente all'assistente». Senza che fosse mai stato «sottoscritto né visionato alcun contratto» né fosse stato stipulato «alcun accordo formale».
Sembra che da Montecitorio l'unico commento sia stato un ovvio "no comment".

