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giovedì 23 luglio 2009

Stragi di Stato

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contributi video da Trarco Mavaglio, nikilnero, La7


«L’ammazzarono loro». È Totò Riina a ribadire, al suo avvocato, che l’attentato in Via D’Amelio, dove persero la vita il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, non è opera sua, ma dello Stato.

E a dare manforte a questa affermazione, ci pensa pure Salvatore, il fratello di Borsellino: «Mio fratello sapeva della trattativa tra la mafia e lo Stato. Era stato informato. E per questo è stato ucciso. La strage di via D'Amelio è una strage di Stato. Pezzi delle istituzioni hanno lavorato per prepararla ed eseguirla. Adesso che la verità sulla strage si avvicina, spero solo che non siano gli storici a doverla scrivere. Bensì i giornalisti. Io tra non molti anni raggiungerò mio fratello Paolo e non so se riuscirò a leggerla sui giornali».

Sono passati 17 anni, e ancora la storia degli attentati mafiosi accenna appena ad essere cambia. È stata riaperta l’inchiesta sulle stragi. Ad indagare sono cinque procuratori di Caltanissetta: il capo Sergio Lari, gli aggiunti Domenico Gozzo e Amedeo Bertone e i sostituti Nicolò Marino e Stefano Lucani. Sulla vicenda sono già stati ascoltati Vincenzo Scotti (ministro degli Interni fra il 1990 e il 1992) e Giuliano Amato, allora presidente del Consiglio (dal giugno 1992 all'aprile 1993). Si cercano nuove informazioni. Informazioni, pare, su alcuni 007. In particolare su un agente “dalla faccia da mostro” che sembra fosse presente ogni volta che succedeva qualcosa.

Poi c’è Massimo Ciancimino, figlio del boss Don Vito, e il suo “papello”, quel fantomatico pezzetto di carta scritto e firmato da Riina, che testimonierebbe gli accordi fra Stato e Mafia. I boss chiedevano l’abolizione di alcune leggi, come quella sulla confisca dei beni, e la revisione dei processi, la concessione di arresti domiciliari o ospedalieri per molti detenuti. In cambio avrebbero smesso di mettere le bombe e di ammazzare.

E sarebbe proprio quel “papello”, uno dei documenti che il collaboratore di giustizia Ciancimino avrebbe consegnato ai magistrati in questi giorni. Un pezzetto di carta che si cerca da quando Paolo Borsellino ha perso la vita in via D’Amelio, perché, sembra, a conoscenza degli accordi fra Stato e Mafia.

Già nel 2008 Cinacimino jr, aveva parlato degli incontri fra alcuni mafiosi, compreso suo padre, e alcuni esponenti dei servizi segreti, fra i quali Mario Mori, vice comandante dei Ros. Sia Massimo Ciancimino, che Giovanni Brusca, l’altro super pentito, avrebbero indicato nell’allora ministro dell’Interno, e oggi vicepresidente del Csm Nicola Mancino, la persona che sarebbe stata informata dell’accordo. Mario Mori ha sempre negato di aver partecipato alla trattativa così come Nicola Mancino ha negato di esserne a conoscenza.

Ma anche salvatore Borsellino, sostiene che Mancino sapesse degli accordi e che fosse stato lui ad aver informato suo fratello Paolo.

E dopo tutto questo, le istituzioni non vanno alla commemorazione di Borsellino…spariscono…e parafrasando il mio poeta più caro: “... e lo Stato che fa? Si costerna, si indigna, s'impegna poi getta la spugna con gran dignità".


bed



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