Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto, non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della L.62 del 7/03/2001.

giovedì 30 luglio 2009

Bruno Vespa condannato per diffamazione, e Minzolini che fa?




Certo, Minzolini non è Riotta. Se non altro si differenziano per la folta chioma e gli occhialoni discreti alla “piccolo nerd”. Perché per quanto riguarda il servilismo governativo sono identici.

Nell’ottobre 2008 il TG1 del Ri(c)otta dava la notizia della condanna per diffamazione di Marco Travaglio. Il diffamato, poveruomo, era Cesare Previti che per chi non lo ricordasse, come è successo a Riotta, è stato condannato a 11 anni nel processo Imi-Sir. Nella breve letta allora al TG1 si omettevano 2 dettagli: il primo grado della condanna di Travaglio e i precedenti giudiziari di Previti.

Beh è giusto in fondo dare la notizia che un giornalista ha diffamato un povero deputato di FI, mica si può censurare (Riotta docet).

Quindi uno si fa due calcoli e pensa: “per cui se condannassero per diffamazione altri giornalisti, magari pure dipendenti del servizio pubblico, il TG1 ce lo dirà”.

E invece no.

E qui la notizia (quando il mio insegnante di giornalismo vedrà che è qui a metà pezzo mi farà nera eheheh…metto le mani avanti: prof, mi sono concessa uno strappo alla regola): Bruno vespa e la giornalista Valentina Finetti sono stati condannati in appello per diffamazione lo scorso 20 luglio, dalla quinta sezione penale della corte di cassazione. Dovranno pagare mille euro di multa, un patrimonio proprio, per un servizio del 13 febbraio 2002 che ‘Porta a Porta’ ha dedicato al delitto dell’Olgiata vicino Roma in cui, il 10 luglio del 1991, era stata uccisa la contessa Alberica Filo della Torre.

Secondo l’accusa, il servizio di Porta a Porta, offendeva la reputazione del marito della vittima, Pietro Mattei, e dei figli, accostando l’omicidio a misteriosi conti miliardari, ad una relazione extraconiugale della contessa con un funzionario del servizi segreti, a un desiderio della stessa di divorziare, ai fondi neri del Sisde, a presunti depistaggi.

Inoltre nel servizio si diceva anche che Mattei era stato sospettato dell’omicidio ma scagionato grazie all’analisi del DNA, dopo le accuse di una donna che avrebbe fornito ai magistrati nuovi elementi, come gli abiti che l’uomo avrebbe indossato il giorno dell’omicidio, ma non aveva riferito che la donna era stata condannata per diffamazione a mezzo stampa in danni di Mattei.

«Auguro a tutti i direttori di giornali di prendersi dopo tanti anni una condanna a mille euro di multa, per omesso controllo di una notizia per la quale era stata offerta anche una rettifica», è il commento di Vespa.

Uuuuu chi non non l'ha mai sognato almeno una volta nella vita?


bed

sabato 25 luglio 2009

Ayala: "Mancino mi disse di aver incontrato Borsellino".

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Giro di vite (per usare una formula giornalistica) nella faccenda dell’incontro fra Paolo Borsellino e Nicola Mancino avvenuto il primo luglio del 1992.
Giuseppe Ayala, in un’intervista a Floriana Rullo realizzata per il quotidiano online "Affari Italiani.it", dichiara di aver saputo da Mancino che quest’ultimo ha incontrato Borsellino.
«Mi ha addirittura fatto vedere l’agenda con l’annotazione» afferma Ayala, mentre nell’agenda che mostra nell’intervista qui sopra, questa annotazione non compare.
Scrive Salvatore Borsellino nel suo blog: “Resto interdetto di fronte a questo inaspettato "assist" che Giuseppe Ayala, il quale dichiara nei confronti dello stesso [Mancino, ndr] una stima che sicuramente non condivido, fornisce a Nicola Mancino il quale, stretto nella morsa delle sue bugie relativamente all'incontro avuto con Paolo in una stanza del Viminale il 1° luglio del 92, è stato finora costretto a cambiare periodicamente versione ammettendo ogni volta qualcosa di più rispetto a quello che aveva ammesso fino a quel momento.
A seguito di queste affermazioni, Nicola Mancino in un comunicato dichiara: "[Ayala, ndr] afferma ciò che io non ho mai escluso e, cioè, che è stato possibile avere stretto, fra le tantissime mani, anche quella del giudice Borsellino, il giorno del mio insediamento al Viminale".

bed

giovedì 23 luglio 2009

Stragi di Stato

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contributi video da Trarco Mavaglio, nikilnero, La7


«L’ammazzarono loro». È Totò Riina a ribadire, al suo avvocato, che l’attentato in Via D’Amelio, dove persero la vita il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, non è opera sua, ma dello Stato.

E a dare manforte a questa affermazione, ci pensa pure Salvatore, il fratello di Borsellino: «Mio fratello sapeva della trattativa tra la mafia e lo Stato. Era stato informato. E per questo è stato ucciso. La strage di via D'Amelio è una strage di Stato. Pezzi delle istituzioni hanno lavorato per prepararla ed eseguirla. Adesso che la verità sulla strage si avvicina, spero solo che non siano gli storici a doverla scrivere. Bensì i giornalisti. Io tra non molti anni raggiungerò mio fratello Paolo e non so se riuscirò a leggerla sui giornali».

Sono passati 17 anni, e ancora la storia degli attentati mafiosi accenna appena ad essere cambia. È stata riaperta l’inchiesta sulle stragi. Ad indagare sono cinque procuratori di Caltanissetta: il capo Sergio Lari, gli aggiunti Domenico Gozzo e Amedeo Bertone e i sostituti Nicolò Marino e Stefano Lucani. Sulla vicenda sono già stati ascoltati Vincenzo Scotti (ministro degli Interni fra il 1990 e il 1992) e Giuliano Amato, allora presidente del Consiglio (dal giugno 1992 all'aprile 1993). Si cercano nuove informazioni. Informazioni, pare, su alcuni 007. In particolare su un agente “dalla faccia da mostro” che sembra fosse presente ogni volta che succedeva qualcosa.

Poi c’è Massimo Ciancimino, figlio del boss Don Vito, e il suo “papello”, quel fantomatico pezzetto di carta scritto e firmato da Riina, che testimonierebbe gli accordi fra Stato e Mafia. I boss chiedevano l’abolizione di alcune leggi, come quella sulla confisca dei beni, e la revisione dei processi, la concessione di arresti domiciliari o ospedalieri per molti detenuti. In cambio avrebbero smesso di mettere le bombe e di ammazzare.

E sarebbe proprio quel “papello”, uno dei documenti che il collaboratore di giustizia Ciancimino avrebbe consegnato ai magistrati in questi giorni. Un pezzetto di carta che si cerca da quando Paolo Borsellino ha perso la vita in via D’Amelio, perché, sembra, a conoscenza degli accordi fra Stato e Mafia.

Già nel 2008 Cinacimino jr, aveva parlato degli incontri fra alcuni mafiosi, compreso suo padre, e alcuni esponenti dei servizi segreti, fra i quali Mario Mori, vice comandante dei Ros. Sia Massimo Ciancimino, che Giovanni Brusca, l’altro super pentito, avrebbero indicato nell’allora ministro dell’Interno, e oggi vicepresidente del Csm Nicola Mancino, la persona che sarebbe stata informata dell’accordo. Mario Mori ha sempre negato di aver partecipato alla trattativa così come Nicola Mancino ha negato di esserne a conoscenza.

Ma anche salvatore Borsellino, sostiene che Mancino sapesse degli accordi e che fosse stato lui ad aver informato suo fratello Paolo.

E dopo tutto questo, le istituzioni non vanno alla commemorazione di Borsellino…spariscono…e parafrasando il mio poeta più caro: “... e lo Stato che fa? Si costerna, si indigna, s'impegna poi getta la spugna con gran dignità".


bed



venerdì 17 luglio 2009

Grillo si tessera al PD


Un'ora fa la notizia, beppe Grillo ha ottenuto la tessera numero 40 del circolo Martin Luther King di Paternopoli, un comune in provincia di Avellino, in Campania.
Andrea Forgione, il segretario del circolo locale, ha voluto lanciare una provocazione ai vertici del PD, ha detto, "Non vogliamo - aggiunge - che il Partito democratico si trasformi in un partito burocratico".
Io per ora mi limito ad una sonora risata...

martedì 14 luglio 2009

Oggi sciopero contro il DDL Alfano. bed protesta così

In occasiona dello sciopero dei blogger contro il DDL Alfano, ho deciso di essere solidale a modo mio. Oggi non starò in silenzio, il mio sarà uno sciopero bianco.

Pubblico un video in cui Micromega, il 12 giugno, intervista Gianni Barbacetto, giornalista e autore di "Se telefonando. Le intercettazioni che non leggerete mai più", che ci spiega cosa significa il DDL Alfano.

NON CI IMBAVAGLIERANNO.


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domenica 5 luglio 2009

Sciopero dei Blogger e dei giornalisti contro il DDL Alfano: Ecco perché non aderirò

Roma 30 giugno. La Federazione nazionale della stampa ha indetto per il 13 luglio una giornata di sciopero nazionale dei giornalisti contro il ddl Alfano sulle intercettazioni. "I giornalisti - si legge in una nota della Federazione della stampa - si fermeranno nei prossimi giorni per una giornata di silenzio, il 14 luglio prossimo (con blocco pero' dell'attivita' nella carta stampata il 13), per contrastare il ddl Alfano sulle intercettazioni che introduce inaccettabili divieti al diritto di informazione sulle indagini e sulle inchieste giudiziarie. E' la decisione del Consiglio Nazionale della Stampa Italiana riunito oggi a Roma, che ha approvato con un solo voto contrario e due astenuti la proposta della giornata di protesta di tutto il nostro giornalismo avanzata dal segretario generale Franco Siddi".

Io non aderirò allo sciopero, non lo farò stando zitta. Perché star zitti per un giorno significa metterci il bavaglio, significa che se non ce lo mettono loro ce lo mettiamo da soli. E io non ci sto.

Appoggerò ogni iniziativa, ogni manifestazione, sarò a Roma mercoledì 8 luglio a protestare contro la censura dell'informazione ma non starò zitta.


Vorrei segnalarvi, inoltre, un'altra iniziativa che è la raccolta firme promossa da Micromega. Potete aderire cliccando su questa immagine.


NON LASCIAMOCI IMBAVAGLIARE!

bed


giovedì 2 luglio 2009

Si stringe la morsa: Dopo la Levi-Prodi, l'emendamento D'Alia e il DDL intercettazioni un altro tentativo di imbavagliare la rete.



Carolina Lussana, deputato della Lega Nord, ha presentato una proposta di legge che regola le nuove disposizioni per la tutela del diritto all’oblio su internet in favore delle persone già sottoposte a indagini o imputate in un processo penale. Il 23 giugno il disegno è passato all’esame della 2° Commissione Giustizia.
«La presente proposta di legge –si legge nel documento- è finalizzata a riconoscere ai cittadini, già sottoposti a processo penale, il cosiddetto “diritto all’obliosu internet, cioè la garanzia che decorso un certo lasso temporale, le informazioni (immagini e dati) riguardanti i propri trascorsi giudiziari non siano più direttamente attingibili da chiunque».

Nel “mondo reale” un organo di informazione tratta di un caso d’attualità, lo approfondisce e, una volta esaurito, lo ripone passando oltre. L’opinione pubblica è stata portata a conoscenza di quel fatto, la stampa ha svolto il proprio ruolo di informatore e così si chiude il cerchio per riaprirlo da un’altra parte. Nel momento in cui, per qualche motivo, si dovesse ripresentare un fatto che richiami quello precedente, il ruolo della stampa è quello di ricordare cos’è successo in passato, le informazioni, se serve, le ripropongono, non come notizia ma come corollario. Infatti, se viene ripresentato un vecchio fatto all’opinione pubblica, elevandolo al rango di notizia (quindi un’informazione che rende noto un avvenimento accaduto di recente), il diritto all’oblio ha profonda ragione d’esistere.
Ma internet è differente dal “mondo reale”. Sul web le informazioni arrivano da chiunque, sono multidirezionali, interconnesse e si completano a vicenda. Applicare una norma che presupponga delle basi che in questo ambiente non esistono perde di significato.
Come nota la leghista «spesso, anche a distanza di anni da una sentenza penale, molte informazioni presenti su pagine internet (mai aggiornate o rimosse) continuano a proiettare un'immagine cristallizzata di una determinata vicenda giudiziaria, senza riflettere - il più delle volte - l'attuale modo d'essere del soggetto coinvolto, il quale può aver saldato definitivamente il suo conto con la giustizia ed essere completamente risocializzato». Vero certo, ma a corredo delle pagine ”mai aggiornate o rimosse” sono presenti, inevitabilmente, quelle che parlano degli sviluppi della vicenda e della loro conclusione. È dunque possibile ottenere una cronologia completa.
La stessa Lussana afferma che «prima della nascita di internet, l’eco delle vicende giudiziarie di una persona imputata in un processo penale finiva per esaurirsi in tempi accettabili, finché non si fosse spento nella stampa locale e nazionale l’interesse per quel determinato fatto di cronaca». Tutto ciò però presuppone la trasmissione di notizie in modo unidirezionale, dalla stampa all’opinione pubblica.
La deputata non ha considerato la caratteristica fondamentale del web: il ruolo attivo degli utenti. Non riconosce infatti l’acquisizione attiva di un fatto attraverso una ricerca sui motori della rete.
E’ anche vero che se un condannato, sconta la sua pena è giusto che venga riabilitato e non venga ricordato per quello che ha commesso. Infatti ad una prima lettura sembrerebbe che la proposta salvaguardi innanzitutto il cittadino. Però poi approfondendo vediamo che, ad esempio l’Art. 3, comma 3°, lettera c «la legge non si applica a chi esercita o ha esercitato alte cariche pubbliche, anche elettive, in caso di condanna per reati commessi nell'esercizio delle proprie funzioni, allorché sussista un meritevole interesse pubblico alla conoscenza dei fatti». Eccolo lì. Notare “nell’esercizio delle proprie funzioni”. Dunque, in casi come ad esempio il recente processo Mills, le informazioni potranno rimanere in rete per due soli anni poi via, tutto cancellato perché il reato di corruzione non è stato compiuto “nell’esercizio delle proprie funzioni”.

La proposta della Lussana chiarisce che la legge non è applicabile a chi è stato condannato all’ergastolo, per genocidio, terrorismo internazionale o strage e, all’Art. 1, stabilisce i termini di permanenza su internet in base alla condanna: tre anni dalla sentenza per una contravvenzione, cinque da quella che sancisce una pena inferiore a cinque anni di reclusione; dieci per un delitto con una condanna superiore a cinque anni. Quindici anni di permanenza invece, dalla sentenza irrevocabile di condanna superiore a dieci anni di reclusione e venticinque anni se la pena inflitta è superiore a venti anni.
Quindi è probabile che ci ritroveremo pieni di notizie di omicidi, furti, aggressioni, violenze, ma non dei reati dei colletti bianchi, che spesso finiscono in prescrizione, o in patteggiamenti o comunque non superano i dieci anni di condanna. Questo tentativo, come anche i precedenti (vedi la legge Levi-Prodi, l’emendamento D’Alia, o il DDL intercettazioni) sottolinea la totale ignoranza della classe politica nei confronti di internet e del suo funzionamento. Mostra come la nostra casta reputi il web e gli internauti alla stregua del mondo reale dove la collettività recepisce passivamente le notizie fornite dalla stampa, ma soprattutto rivela il timore che i politici, tutti, nutrono nei suoi confronti.

bed