Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto, non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della L.62 del 7/03/2001.

venerdì 4 marzo 2011

Il Consiglio di Stato blinda Tuvixeddu ma L'Unione Sarda fa la gnorri

La notizia: giovedì il Consiglio di Stato ha pubblicato la sentenza con la quale accoglie integralmente il ricorso presentato dalla Regione Sardegna, guidata all'epoca da Renato Soru, contro la decisione del TAR.
Quindi allo stato attuale all'interno dell'area delineata a suo tempo dall'amministrazione Soru non potrà essere poggiato neppure un mattone, a meno che non vi sarà un'intesa fra Comune di Cagliari e Regione Sardegna.

I fatti: tre anni fa, la Nuova Iniziative Coimpresa del gruppo Cualbu e il Comune di Cagliari si erano rivolti al Tribunale Amministrativo Regionale affinché annullasse il divieto di costruire sulla Necropoli di Tuvixeddu e Tuvumannu, imposto dalla giunta Soru attraverso l'attuazione del piano paesaggistico. Richiesta successivamente accettata dal TAR.

Ciò che però salta agli occhi è l'atteggiamento che i media isolani hanno nei confronti della notizia. Se La Nuova Sardegna ha dedicato alla sentenza del Consiglio di Stato un'intera apertura a pagina 7 con un richiamo anche in prima, l'Unione Sarda ha preferito mantenere un profilo più basso.
E quando si dice basso si intende proprio basso, così tanto da relegare la notizia ad un articoletto di spalla a pagina, udite udite, 27, cioè nella cronaca di Caglari. E non era nemmeno in apertura che invece era dedicata a Gratta e vince 100 milioni con un biglietto "Miliardario".



Un pezzo che, inoltre, non spiega esatamente perché il Consiglio di Stato ha accettato il ricorso, bensì fa notare come il blocco dovuto alle indicazioni del Piano Paesaggistico della giunta Soru "aveva di fatto bloccata la realizzazione della strada che avrebbe dovuto collegare via Cadello con via San Paolo. Un asse fondamentale per la viabilità e lo sviluppo cittadino, progettato per unire due punti importanti del capoluogo".
Beh certo, una strada val bene la storia e le redici archeologiche della Sardegna e i palazzinari possono sempre sperare in un biglietto "miliardario" per recuperare i soldi non guadagnati.

bed
OkNotizie

domenica 4 luglio 2010

Replica alla lettera aperta ai colleghi giornalisti

LA MIA REPLICA, NON SOLO A TUTELA DELLA MIA PERSONALE PROFESSIONALITÀ, MA ANCHE DELLA TESTATA CHE GIOVEDÌ ERO CHIAMATA A RAPPRESENTARE. RISPOSTA ALLA LETTERA DI DEBORA ARU

di Manuela Lasagna, Marco Dedola*

Credo che porsi domande su come i giornalisti hanno “trattato” la notizia – e sottolineo “la notizia” – della presenza di Patrizia D’Addario alla manifestazione di Piazza Navona, come fa nella sua lettera aperta Debora Aru, sia non soltanto giusto, ma anche utile per la professione. E a ben vedere la “notizia” è forse proprio la brutalità con cui la D’Addario è stata trattata da quelli che si definiscono i paladini della libertà di stampa. Dimentichi persino del fatto che è stata proprio la sua testimonianza e oserei dire il suo coraggio a consentire di scoperchiare un sistema.
Anch’io sono rimasta sconcertata da quello che ho visto in piazza, e non dal fatto che i colleghi si affollassero intorno alla D’Addario (una notizia è pur sempre una notizia) ma dalla reazione di chi, essendo in piazza a manifestare per la libertà di pensiero, di intercettazione e di stampa, ha pensato che la D’Addario fosse venuta lì a rubargli la scena e proprio come quelle comari del paesino a cui avevano sottratto l’osso ha reagito in modo scomposto e francamente illiberale.
Una brutta pagina davvero, su cui tutti dovremmo riflettere.
Essendo stata però tirata in ballo come esempio-limite di cattivo giornalismo per aver “addirittura tentato di intervistare la brillante biondina in diretta”, con tutto il corollario sulla mancanza di deontologia professionale che da tale scelta deriva, ritengo di dover replicare non solo a tutela della mia personale professionalità, ma anche della testata che giovedì in piazza ero chiamata a rappresentare.
Premesso che la sig.ra D’Addario era presente alla manifestazione non di sua iniziativa, ma su invito del Popolo Viola, ovvero di una delle sigle che hanno organizzato la manifestazione e che la sua vicenda ha ispirato proprio una delle norme più discusse del disegno di legge Alfano (e dunque era perfettamente titolata a esprimere la sua opinione), ho trovato di una gravità inaudita che alcuni colleghi (oltretutto con indosso la maglietta di Articolo21) si siano messi a gridare “vergognatevi” all’indirizzo della sottoscritta, per il solo fatto che stavo per intervistare la D’Addario.
A causa della violenza della “protesta” dei colleghi che in perfetto stile talebano si sono avventati anche fisicamente contro la postazione della nostra telecamera, in quel momento impegnata nella diretta, la signora D’Addario è stata costretta ad allontanarsi, facendo saltare il previsto collegamento.
Alla mia veemente protesta (“questa è censura. Voi mi avete impedito di fare il mio lavoro”), uno dei suddetti colleghi mi ha persino minacciato di sputtanarmi pubblicamente – chiedo scusa per il francesismo - davanti a tutta la categoria.
Se la giovane collega ritiene che questo sia un modo legittimo di contestare il lavoro di un altro collega, per giunta a una manifestazione sulla libertà di stampa, beh, non c’è da stupirsi se la democrazia in questo Paese vacilla.

Personalmente diffido di quanti, puristi per convinzione o per convenienza, si ergono a guardiani della rivoluzione, mentre chiudono volentieri un occhio e talvolta anche due sulle tante D’Addario che si nascondono fra le fila della nostra onorata categoria.

Per quanto mi riguarda vorrei essere giudicata per quello che faccio e che ho fatto e non per quello che qualcuno presume che io stessi facendo e non ho fatto.

Certo è davvero curioso che l’unica giornalista ad essere attaccata sia io di Rainews, l’unica testata peraltro che ha dato l’intera manifestazione in diretta. Non l’hanno fatto né Sky né la FNSI. Una diretta arricchita anche dal contributo di almeno una decina di interviste realizzate direttamente dalla piazza, anche a costo di non sentire la mia stessa voce pur di dare il senso della manifestazione dal “di dentro” e non dal lontanissimo trabattello messo a disposizione dalla Rai. Scusate se è poco.
Ma questo agli amici di Articolo21 forse non interessa.

*Manuela Lasagna, inviato
Marco Dedola, capo servizio Interni di Rainews

venerdì 2 luglio 2010

Lettera aperta ai colleghi giornalisti

Cari colleghi giornalisti,

chi vi scrive è una sconosciuta pubblicista che come la maggior parte di noi (professionisti compresi) si sbatte ogni giorno per poter lavorare.
Alla manifestazione contro la legge bavaglio, ho assistito a qualcosa di sconcertante e ho deciso di scrivervi una lettera aperta per rivolgervi un appello.
Quando ieri è arrivata Patrizia D’Addario in piazza Navona la calca di colleghi, operatori e fotografi attorno alla sua persona mi ha lasciato di stucco: tutti concentrati sulla escort bionda che aveva in mano il suo libro. Ora io mi chiedo, e vi chiedo, la sua presenza è una notizia? Lei è una notizia? Chi è la D’Addario? In virtù di quale competenza la D’Addario merita di apparire nei TG che parlano del DDL intercettazioni, quanto o più Ilaria Cucchi o Patrizia Aldrovandi?
C’è stata addirittura Rai news 24 che ha tentato di intervistare la brillante biondina in diretta davanti al palco del No Bavaglio Day. Alcuni giornalisti di Articolo21 hanno gridato «colleghi vergognatevi», perché si intendeva intervistare una persona famosa per aver svelato dei segreti sulla vita sessuale del Presidente del Consiglio. L’intento, secondo l’intervistatrice Rai, era di fare domande sulla cosiddetta legge D’Addario ma, come ha detto la giornalista: «voi mi avete censurato», in quanto qualcuno ha pensato bene di portarsi via la D’Addario senza che potesse rilasciare alcuna dichiarazione.
Per censura si intende il controllo dalla libertà da parte di un’autorità. Cosa c’è di censurante nel contestare l’operato di un collega?
Colleghi, io vi chiedo, questo è giornalismo? La prima cosa che mi è stata insegnata quando ho iniziato a imparare a fare questo mestiere è che il giornalista sceglie fra i fatti quello che è notizia per l’interesse della collettività. Noi siamo professionisti perché abbiamo una preparazione, una deontologia e un’etica che ci distingue da chi si autodefinisce operatore dell’informazione senza alcuna competenza.
Non basta solo alzare la voce contro chi ci vuole cani da compagnia della Politica. Non basta scendere in piazza a reclamare i nostri diritti. Per essere credibili e affidabili e avere il rispetto per la nostra professione dobbiamo fare bene il nostro lavoro e non sottostare alle regole di mercato che vogliono “vendibile” una Patrizia D’Addario.
In questo momento così buio per il nostro Paese dobbiamo essere noi i primi a ridare la dignità al lavoro del giornalista con una profonda e onesta autocritica. Dobbiamo riguadagnarci la fiducia dei cittadini.
Chiedo a tutti voi colleghi, soprattutto a quelli con una posizione più importante della mia, di essere compatti e solidali e di non piegare mai la schiena. Di non considerare una notizia bucata la mancata intervista a un personaggio come la D’Addario e di essere anche l’unica voce fuori dal coro, se è necessario a dimostrare che siamo una categoria seria. Vi chiedo di ridare onorabilità all’informazione che è l’unica arma a nostra disposizione per difendere la libertà.

Debora Aru

Articolo21
OkNotizie

sabato 12 giugno 2010

Via Corradino Mineo da Rai News24?




Circola la notizia che Corradino Mineo, direttore di Rai news 24, giovedì prossimo perderà il suo posto. Lo annunciano dalle pagine di Articolo 21 il portavoce Giulietti e il senatore PD Vincenzo Vita. E sembra anche che a sostituirlo sarà un giornalista esterno alla Rai e gradito alla Lega. In questo modo ci sarà, spiega Giulietti "il controllo da parte della maggioranza di 10 testate su 11, uno sconcio senza precedenti nella storia del servizio pubblico". Se è vero, vien da sé domandarsi le ragioni della rimozione di un direttore che "ha ben meritato e che con la sua redazione sta tentando di qualificare una testata abbandonata dai vertici aziendali". Inoltre, si chiede Giulietti: "come si può pensare a nuove assunzioni dall’esterno mentre si invocano sacrifici e tagli ai compensi e al personale"?

Sono solo voci che circolano, ma molto, molto, insistenti. Sarà vero? Attendiamo smentite.

bed

venerdì 11 giugno 2010

Petizione per chiedere a Napolitano di non firmare il DDL intercettazioni

Da un'idea di Gisa e Trarco. Sottoscrivo (anche se dubito servirà a molto) e rilancio.

FIRMATE ANCHE VOI




Presidente Napolitano,
in qualità di cittadini che credono ancora nella Giustizia di questo Paese, chiediamo accoratamente a Lei, che è il garante del bene dei Cittadini e della Costituzione, di non firmare la legge sulle intercettazioni.
Una legge ingiusta, criminogena, liberticida. E dunque incostituzionale e lesiva dei diritti dei cittadini.
Una legge che, pur non essendo una priorità per il nostro Paese, devastato dalla crisi economica e da problemi ben più urgenti, è stata approvata dal Parlamento in tempi inspiegabilmente rapidi.
Una legge che impone un inaccettabile bavaglio alla stampa e un impietoso guinzaglio alla magistratura e alle forze dell'ordine nella loro quotidiana lotta alla criminalità.
Una legge che compromette terribilmente un sacrosanto diritto dei cittadini: quello di informazione, di manifestazione del pensiero e di critica.
Una legge liberticida che stringe la morsa della censura anche sull'informazione amatoriale e quella dei blog - forum - social network, vitale in uno Stato liberale e democratico.
Una legge-tagliola che riduce drasticamente il numero delle intercettazioni e impedisce che il loro contenuto divenga pubblico anche se gli indagati ne sono venuti a conoscenza.
Una legge inammissibile che rende più difficili le inchieste di mafia e che costringe i pm a non aver più alcun rapporto con la stampa, pena l'estromissione dal processo.
Una legge che, se firmata, avrebbe un effetto irreparabile sulla società civile. Come chiarito dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, la cronaca giudiziaria è essenziale in democrazia per consentire ai cittadini di verificare il corretto funzionamento della macchina della giustizia. Privati delle informazioni necessarie non potrebbero formarsi una opinione equilibrata sulla legittimità delle azioni intraprese dalla magistratura.
Presidente Napolitano, questa legge va fermata perché i cittadini hanno il diritto di sapere e i giornali hanno il dovere di informare.
Le libertà costituzionali non sono disponibili per nessuna maggioranza. In caso contrario, il crimine ordinario e organizzato non avrà più freni e caleranno le tenebre sul nostro Paese già disastrato.

10 Giugno, la giornata della vergogna

Ricevo e giro. Ormai siamo sotto regime. Rendetevene conto.



"Alle 10:35 sono arrivato a Montecitorio, vi erano 4 piccoli gruppi di persone sparsi ai bordi della piazza, mi sono avvicinato e ho chiesto se anche loro erano lì per la giornata della vergogna, nessuna di quelle persone era a montecitorio per quello.



Mi sono seduto sul muretto vicino l'obelisco ho peso una delle maglie bianche che avevo portato è col pennarello viola ho scritto "VERGOGNA!" sul fronte e sul retro, indossata la maglietta ho preso il libro "Se li conosci li eviti" e mi sono posizionato al centro della piazza, immediadamente un pliziotto mi ha chiesto di spostarmi sul bordo che non era consentito occupare il centro della piazza, allora posizionatomi in un punto con lui concordato ho aperto il libro a pag 51, il capitolo su Berlusconi, il tempo di pronunciare le prime sillabe a voce ancora moderata mi sono trovato circondato, mi è stato chiesto di mostrare il permesso, alchè allibito ho risposto: "Serve un permesso per leggere un libro in piazza?" loro: "Si altrimenti te lo leggi a casa tua". Mi hanno chiesto di visionare il libro, un testo che chiunque può comprare facilmente in qualsiasi libreria, infine mi hanno indirizzato alla questura.

Lungo il traggitto mi metto d'accordo con Adriana Mari che ha voluto sostenermi in questa iniziativa e stava sopraggiungendo, ci rechiamo insieme in questura, chiediamo il permesso per leggere ma spiegano che occorrono tre giorni per ottenerlo, con aria arrogante l'addetto risponde alla nostra meraviglia: "e tanto che tenete da fare, ci venite un altro giorno!" Allora io ho lavorato dall'una alle 5 giovedì mattina e alle sei sono partito per trovarmi alle 10:30 in piazza sono tornato da poco e sto per riiniziare a lavorare, io oltre a perdere qualche ora di lavoro quando decido di partecipare a qualche evento sacrifico le mie ore di sonno, ma solo perchè ritengo che siano cose imrtanti la difesa dei nostri diritti, e questo dovrebbe capirlo particolarmente quell'addetto per come sono messe le forze dell'ordine con i tagli alle spese e le leggi a delinquere.

Dopo questa piccola pausa fuori tema riprendiamo il discorso, avevo intenzione di tornare a Montecitori senza leggere ma solamente indossando la maglietta con la scritta. Ma nemmeno quello consente la legge e mi intimano di non farlo per non incorrere in una denuncia.
Io ingnorante in diritto mi sono azzittito e adeguato ai loro dictact, poi ho incontrato persone di cui mi fido che mi hanno assicurato che il semplice leggere un libro (comune) ad alta voce senza ausilio di apparecchi per l'amplificazione del volume è garantito dalla costituzione e il censurarmi è stato un grave atto di incostituzionalità.

Aggiungo anche che verso le 13:00 a piazza obelisco vicino Montecitorio abbiamo assistito ad un blitz ai danni di 3 ragazzini, 1 grandicello e un'altro con la compagnia si e no 20enni. Durante l'arresto un giornalista con videocamera professionale che stava riprendendo la scena è stato fermato per il riconoscimento. Qui il racconto della vicenda. Finito tutto mi sono avvicinato al teleoperatore e mi ha confermato che il video dell'accaduto è rimasto nelle sue mani, e che lui quei tre ragazzi li ha ripresi mentre stavano distribuendo semplicemente dei volantini. L'arresto è avvenuto perchè ritenuti terroristi baschi".

Ivan Pipicelli dal gruppo Facebook "10 giugno giornata della VERGOGNA"

domenica 9 maggio 2010

La retorica di Repubblica salva Bertolaso



E' stato senza dubbio un tripudio autoreferenziale, la conferenza stampa che Guido Bertolaso ha tenuto ieri a Palazzo Chigi. Durante il suo lungo monologo, sono abbondate slide di chiarimenti, belle parole per le massaggiatrici dello Sport Village di Roma, spiegazioni che non facevano una grinza. La notizia, dopo il soliloquio del capo della Protezione Civile, era che sì, è vero, sua moglie ha incassato un assegno da Anemone. Ma solo perché lei è un architetto e la sua parcella, per una consulenza, era di 20 mila euro. Regolarmente certificate e inserite nella dichiarazione dei redditi, si intende. Allora, ti viene da chiedere, perché finora non si è mai saputo nulla dell'esistenza di quell'assegno? E ti aspetti che qualche giornalista presente alla conferenza stampa faccia questa semplice domanda.
Invece, cosa succede?



Forse se la Repubblica facesse le domande al diretto interessato, invece di strillare dalle sue pagine web, il Nostro, potrebbe fornire delle risposte. E chissà, magari, se si fanno le domande in sede opportuna, potrebbe anche capitare che qualcuno tenti di rispondere e ci si accorga che tanto sincero non è stato... Chi lo sa?
Basta chiedere.

bed

venerdì 7 maggio 2010

L' affaire Lo Zito


Il Maresciallo della Croce Rossa Italiana Vincenzo Lo Zito

“Per quanto riguarda i revisori anche questi essere immondi mi hanno fatto delle pressioni per desistere dalle denunce e fare domanda di trasferimento. Mi fanno vomitare e spero si arrivi a soluzione…. Forza ragazzi, facciamoci sentire…”. Questo commento potrebbe costare al Maresciallo Capo della Croce Rossa Italiana Vincenzo Lo Zito ben due anni di carcere. Il 12 maggio, presso il tribunale di Roma alle 10:00 ci sarà l’udienza preliminare per il rinvio a giudizio del maresciallo con l’accusa di diffamazione e calunnia con l’aggravante di aver commesso il fatto contro un pubblico ufficiale. I querelanti infatti sono Duilio Luttazi, Riccardo Monaco, Giuseppe Suppa, Giuseppe Bilancia, Fabio Italia, Corrado Perazzoli e Romolo Reboa, tutti componenti del Collegio dei revisori della Croce Rossa Italiana.

L’odissea di Lo Zito inizia nel 2008. Svolgendo alcune verifiche sulla documentazione amministrativo-contabile del comitato abruzzese presieduto dalla professoressa Maria Teresa Letta (sorella del braccio destro di Silvio Berlusconi, Gianni Letta, e zia del deputato PD Enrico Letta), il maresciallo della CRI avrebbe riscontrato delle anomalie di gestione. Il militare ha immediatamente provveduto a segnalare quanto rilevato ai vertici di Croce Rossa e, successivamente, alle Procure de L'Aquila e Campobasso, nonché alla Corte dei Conti. Secondo la ricostruzione del Maresciallo, il 14 marzo 2008, il Comitato Centrale della Croce Rossa Italiana, decide di inviare un’ispezione Amministrativa da parte del Collegio Unico dei Revisori dei Conti per verificare quanto da lui denunciato. Come da prassi, è stata prodotta tutta la documentazione necessaria a dimostrare le irregolarità rilevate. “Vi erano - dichiara Lo Zito - i mandati di pagamento firmati senza alcun titolo dalla Prof.ssa Maria Teresa Letta, nonostante in sede fosse sempre stata presente la figura del direttore Regionale e di un funzionario amministrativo abilitato a questa funzione”. Nel verbale delle dichiarazioni rilasciate ai Carabinieri, Lo Zito inoltre afferma: “Luttazzi cercò di farmi capire di far finta di niente per non ingigantire la situazione, consigliandomi anche di farmi trasferire in una sede dove potevo stare più tranquillo”.

Il maresciallo racconta che nel visionare i documenti, i tre revisori (Luttazi, Monaco e Suppa) rilevano le anomalie denunciate, ma nel frattempo era giunta l’ora del pranzo. Luttazi viene chiamato dai colleghi per andare a mangiare. L'invito a pranzo, dichiara Lo Zito, è della stessa Letta. Fabrizio Forconi, autista dei revisori, sentito dai carabinieri a questo proposito dichiara: “Ricordo che verso le 13:00 circa accompagnai dette persone [Luttazzi, Monaco e Suppa ndr] a pranzo presso un ristorante dell’Aquila. In quell’occasione vennero presso il ristorante, a bordo di un altro mezzo, anche due donne, una dimostrava circa 60 anni e l’altra 40 circa, ma non so indicare chi fossero”. Lo Zito afferma che i revisori hanno fatto ritorno presso il comitato alle 15:00 comunicandogli che, data l’ora tarda, dovevano rientrare a Roma, ma che sarebbero tornati entro pochi giorni. “A tutt’oggi –conclude lo Zito- non ho notizia del risultato dell’ispezione”.

Nell’estate dello stesso anno, il maresciallo rilascia un’intervista al blog del reporter Stefano Salvi (anch’esso querelato con l’accusa di concorso di reato), in cui racconta quanto già dichiarato ai carabinieri. Il 12 luglio del 2008 Lo Zito scrive il commento incriminato sotto il video dell’intervista e il 17 ottobre riceve la querela, non per quanto ha raccontato, bensì per le frasi utilizzate. E a querelarlo non sono stati solo i tre revisori presenti all’ispezione, ma tutto il Collegio.

La vicenda della Croce Rossa Italiana è una storia condita da nomi e cognomi che periodicamente si presentano nel panorama delle cronache italiane. Non è un caso infatti che l'avvocato Romolo Reboa, uno dei componenti del Collegio Unico dei revisori della Croce Rossa Italiana che ha querelato il Maresciallo, porti l'occhio lontano dalla querelle Lo Zito-Letta. L’avvocato si è unito ai tre colleghi nell’azione penale contro Lo Zito, pur essendo estraneo ai fatti raccontati.
Ma Reboa è coinvolto anche in un’altra vicenda: il 5 maggio è stato condannato in primo grado a un anno nel processo Laziogate. Insieme a lui sono stati condannati anche l'ex presidente della Regione Lazio, Francesco Storace (un anno e mezzo) e altre sei persone. Il reato è quello di essere entrati, nel marzo del 2005 tramite i computer di Laziomatica, nel sistema informatizzato dell'anagrafe per boicottare, attraverso la sottoscrizione di firme false, la lista Alternativa Sociale di Alessandra Mussolini nelle regionali del Lazio.

Il nome dell’avvocato Reboa porta poi dritti in Sicilia verso un'altra storia di Croce Rossa, dove si sta assistendo alla liquidazione di una società di cui Reboa è presidente del Collegio Sindacale: la Si.Se SpA (Siciliana Servizi di Emergenza), società in house della Croce Rossa Italiana (che possiede il 100% delle sue azioni) nata nel 2002 e titolare del 118 in Sicilia. Quello della Si.Se SpA si presenta come uno dei grandi giocattoli di Croce Rossa sotto stretta osservazione del Ministero dell'Economia e delle Finanze e della Corte dei Conti.

Si tratta di una gestione personalizzata e “feudale”, come hanno riportato alcuni organi di stampa locale, con il solito vizio tutto italiano dove controllati e controllori coincidono nel più classico dei disegni del conflitto d'interesse. Non è un caso infatti che gli amministratori della Si.Se. siano anche all'interno del comitato Regionale CRI siciliano.

Le ispezioni sulla Si.Se e sul sistema del 118 in Sicilia risalgono al 2006. Fu proprio il Ministero dell'Economia a puntare la lente d'ingrandimento sugli sprechi in Sicilia targati Si.Se./CRI col placet della giunta regionale. Recentemente la Corte dei conti ha contestato un danno erariale di 39 milioni di euro a tutta la giunta guidata da Salvatore Cuffaro e a sette componenti della commissione sanità dell'Assemblea Regionale Siciliana. Il fatto risale al 20 settembre 2005 quando la giunta decise di “allargare il parco ambulanze del 118, determinando un 'ingiustificato' aumento dei costi”. 64 nuove ambulanze e innalzamento da 10 a 12 soccorritori per ambulanza. Principalmente queste le decisioni dell'allora Assessore alla sanità Giovanni Pistorio (promosso Senatore al termine del mandato della giunta Cuffaro) che attirarono l'attenzione dei magistrati contabili. A indagini concluse, come si legge dagli atti, si constata come quel 118 “gonfiato” fosse in realtà necessario per fare posto a un esercito di autisti-soccorritori da piazzare in piena campagna elettorale per le regionali del 2006.

Nel 2005 la società opera anche un'assunzione illustre: è quella di Salvatore Stefio, l'uomo rapito in Iraq con Maurizio Agliana, Umberto Cupertino e Fabrizio Quattrocchi (che fu ucciso) nel 2004. Al suo ritorno in Italia è pronto un posto in Croce Rossa in tandem con la moglie, nonostante le sue esperienze più rilevanti si ebbero presso la “Presidium”, società che si occupava di servizi di sicurezza di proprietà dello stesso Stefio e del socio Giampiero Spinelli. L'obiettivo della Presidium era la “Volontà di resistenza contro coloro che minacciano la visione occidentale di sviluppo e democrazia”. Di sicuro una buona collocazione per un personaggio che si definisce un “consulente per la sicurezza. Nazionalista e Cristiano”, di certo non un curriculum da dipendente impiegato della Croce Rossa. Arriva l'assunzione presso la struttura della Si.Se. Qualcuno parla di “assunzione clientelare” come il presidente dell'Anpas – l'associazione per la pubblica assistenza – Emilio Pomo. Successivamente Stefio verrà rinviato a giudizio presso la procura di Bari. Secondo l'accusa il nuovo dipendente crocerossino con la complicità di Giampiero Spinelli arruolò e inviò per la Presidium Corporation i tre compagni in Iraq “affinché militassero in favore di Forze armate anglo-americane, in contrapposizione a gruppi armati stranieri”. Il tutto in cambio di denaro. I giudici di Bari contestano infatti il reato di “arruolamenti o armamenti non autorizzati a servizio di uno Stato estero”. Intanto Salvatore Stefio prosegue la sua attività presso la Si.Se. e lo farà sicuramente fino alla fine del processo, ma in Croce Rossa di certi personaggi non fanno più rumore indipendentemente dalla loro storia. Basti ricordare Paolo Pizzonìa ex membro dei NAR condannato a sei anni per banda armata e altri reati, oggi braccio destro del commissario nazionale Rocca.

La Si.Se è oggi in liquidazione e dal 1 giugno dovrebbe essere sostituita dalla Seus: il rinnovo del tutto e il cambio del nulla, perché gli sprechi della Si.Se difficilmente verranno contenuti dalla nuova società che rimane un'autentica gallina dalle uova d'oro. Inoltre alla Seus si aggiungeranno alle nuove assunzioni almeno 500 dipendenti Si.Se. che passeranno automaticamente nella nuova società senza concorso pubblico inficiando così quell'obbligo di trasparenza, efficienza e legalità che dovrebbero contraddistinguere un ente come la Croce Rossa Italiana. Il personale in eccesso della Si.Se pesa sulla nuova società che dal primo giugno prenderà in mano il 118 nell'isola, così come quegli 80 milioni che il commissario nazionale della Croce Rossa Francesco Rocca si aspetta di incassare dalla regione tramite l'attuale assessore alla sanità Russo.

bed e Luca Rinaldi su Articolo21